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Juventus, CR7 prove di addio: Storia di un'amore mai decollato

 Rispetto, passione e voglia di vincere . Tre pensieri che accomunavano la Juventus e Cristiano Ronaldo tre anni orsono e che sono stati f...

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martedì 28 agosto 2018

Grazie di tutto Manu

Pochi secondi, la notizia viene resa pubblica, era diventata terribilmente pesante nei giorni scorsi ma nessuno ne era ancora sicuro. Pochi secondi e tutti lo sanno, Manu Ginobili ha deciso di appendere le scarpe al chiodo. I post di qualsiasi gruppo a tema basket vengono inondati da post, poche righe, a volte una foto lasciata lì a commentarsi da sola. Una marea di post, dicevamo, che dopo i primi 10 minuti possono risultare scontati o banali ma non è così, lo scopo è comunicare, condividere la serie di emozioni contrastanti che noi appassionati stiamo provando.
Questa non sarà una narrazione piena di dettagli e aneddoti, precisa e studiata, ma più un insieme di pensieri e istantanee che si accavallano, così a caldo, una sorta di flusso di coscienza alla Joyce o, da romanticone, l’ennesima celebrazione della tua impulsività, del sangue caldo e della passione che hai portato in Texas per sconvolgere e far esasperare quel ghiacciolo di Pop. Questa è non è la testimonianza di un così detto “die hard fan”, cioè sì, lo è, ma per svariate ragioni (tra cui la mia ignoranza) non ho potuto seguirti come avresti meritato e lo ha fatto solo nella parte finale della tua carriera.
Il primo dettaglio che risuona nella mia mente è la tua capacità di zittire le critiche, quelle che con l’aumentare delle stagioni si facevano sempre più numerose: “Ormai è bollito, non sa più tirare, non salta come una volta, non ha le gambe per difendere, è arrivata l’ora di ritirarsi”. Parole dure, molte provenienti da tifosi delusi più che da hater, perché il livello a cui li hai abituati era così alto da far rimbombare prepotentemente anche il minimo calo. E diciamocela tutta, il calo si è inevitabilmente visto, con periodi bui (le percentuali non proprio brillanti al tiro nei PO) da cui sei sempre riuscito ad uscire piazzando una giocata per ricordare a tutti chi fossi: un difensore portato a scuola, un passaggio dietro la schiena o un missile che attraversa gli avversari per arrivare puntuale nelle mani del destinatario, un rischio che solo tu potevi e volevi prenderti, un buzzer beater, un tiro da metà campo, una rubata, una stoppata come quella decisiva su Harden nel 2017. Per non parlare delle schiacciate, le poche che hai regalato in questi anni sono state sufficienti a farci saltare ed esultare come se fosse il più spettacolare degli slam dunk contest, perché sapevamo che alla tua età, dopo anni e anni in un campionato che ti logora, ci vuole veramente qualcosa in più per portarla sopra al ferro. Vedasi anche la schiacciata dell’ultima stagione, a seguire il tiro di Leonard, a cui tu stesso hai reagito con stupore, con una faccia da “ammazza, questa l’ho fatta grossa”.
40 year-young come ti definiscono a San Antonio, giovane ma allo stesso tempo anziano, tanto da meritarsi la paternità del Grandpa juice, il fattore che ti permette di sconfiggere l’avanzare del tempo quando scendi in campo. “It’s the amount of energy and passion and care that a 40 year older can give to an NBA team” ha detto Mills a riguardo, e non poteva fare di meglio. Perché questa è stata la tua carriera: un mix letale di energia e passione che pochi hanno saputo mettere sul parquet e ancora di meno hanno saputo portare avanti quando il fisico dava loro dei segnali d’avvertimento, il tutto accompagnato dalla leadership esplicita o meno con la quale ti sei caricato la squadra sulle spalle. “Cazzo, se lui fa certe cose a 40 anni, chi sono io per rilassarmi e tirare il culo indietro, devo tornare ad allenarmi!” avrà sicuramente pensato più di un rookie o qualsiasi giocatore più giovane che ha avuto la fortuna di lavorare con te.
Quel vecchietto che, sempre nell’ultima stagione, in un’intervista afferma “Ya no estoy en edad para tirarme al piso” (sono troppo vecchio per tuffarmi sui palloni) e poi, qualche giorno dopo lo fa, eccome se lo fa, con una cattiveria ed un agonismo che ti fanno ricredere sui numeri presenti nella sua carta d’identità. Bel colpo Manu, grazie per esserti burlato dei giornalisti che hanno avuto il coraggio di crederti.
Oggi, giorno dell’ufficializzazione del ritiro, sappiamo che questa non sarà una presa per il culo, purtroppo. Sempre oggi, siamo davanti alla fine definitiva dei Big Three degli Spurs, quattro se contiamo anche quel grand’uomo di Popovich. Non me ne vogliano i veri Jordan, Pippen, Rodman, Jackson, Bryant, Shaq, James, Bosh, Wade, Magic, Bird, Parish, Kareem, ma un nucleo del genere non lo rivedremo per molto molto tempo. Un gruppo intelligente, fin troppo talentuoso, umile e disposto a farsi comandare, in cui ogni stella ha saputo dare il proprio contributo e mettersi in mostra quando le altre erano più sotto tono, capace di essere sempre ai vertici ogni anno, capace di far irrompere nella lega il mantra di “Spurs mentality”. Un rammarico e una tristezza che mi permetto egoisticamente di esprimere. Ti avrei voluto vedere un’ultima stagione, per rispettare il tuo contratto, e poi sarei stato pronto a vederti andare. O forse no, perché certi numeri sono solo tuoi ed ogni anno ci prendevamo gusto. “Dai Manu, gioca ancora un anno poi smetti” una, due, tre e quattro volte. Ad ogni fine di stagione, quando ti chiudevi nel silenzio per trarre le tue conclusioni, riecheggiava nell’aria questo timore, quello del tuo ritiro, ma nessuno osava introdurre il tema per paura che potesse materializzarsi. E poi, alla fine, leggevamo contenti che avresti continuato, questa era l’unica Decision da seguire con ansia.
Dall’altro lato, però, devo ammettere che meriti di dire basta, meriti di poter staccare, abbandonare il ritmo frenetico di voli, trasferte, back-to-back e poterti finalmente dedicare alla famiglia che hai inevitabilmente messo un po’ in secondo piano. Riversa le tue attenzioni su di loro e falli felici tanto quanto hai fatto con noi.
Avrei potuto vederti, anche molto da vicino, e questo rimarrà un piccolo rimpianto, ma so che ci saranno sempre i video carichi di “ManuGonnaManu” pronti a scaldarmi il cuore.
Quelle che dovevano sembrare due righe sono diventate un poema, senza che neanche me ne accorgessi, tanto è il piacere che ho di parlarne. Goditi lo tsunami d’affetto che ti sta arrivando da tutto il mondo, non c’è altro modo per descrivere la tua grandezza. Non c’è molto spazio per la tristezza, perché le attenzioni vanno date alla gratitudine. Grazie Manu, grazie di tutto.

martedì 7 novembre 2017

Grazie Pirlo: L'architetto del pallone dice basta al calcio giocato a 38 anni

Il gioco di Andrea Pirlo è una via di mezzo tra follia ed eroismo. Gioca davanti la difesa, nella zona in cui perdere il pallone è più pericoloso, e tiene il pallone tra i piedi molto più a lungo degli altri, pur essendo nella maggior parte dei casi disperatamente inferiore agli avversari sia sul piano del fisico che della velocità. Molto spesso le possibilità di riuscita delle sue giocate migliori dipendono proprio dalla capacità di resistere con il pallone tra i piedi fino all'ultima frazione di secondo possibile, un sospiro prima di venire scaraventato a terra da qualche Vero Uomo e apparire irrimediabilmente ridicolo, con la barba da svogliato e il taglio di capelli fuori moda.
Della leggerezza quasi metafisica e della perfezione euclidea dei suoi lanci si è già detto e scritto davvero tutto, così come della sua velocità e precisione di pensiero, ma con Andrea Pirlo il calcio italiano perde anche il calciatore più spericolato della sua generazione, un campione di sangue freddo e consapevolezza che verrebbe bene come personal trainer per curare i vari talentini italiani della generazione millenial in perenne crisi esistenziale.
Questo aspetto della sua personalità diventa ancor più affascinante alla luce della sua storia: Pirlo è nato baciato dagli dei del calcio. Dal punto di vista del tocco palla è probabilmente il migliore al mondo della sua generazione, e forse uno dei migliori cinquanta della storia del calcio. Se fosse nato 10 anni prima Pirlo avrebbe fatto il trequartista e sarebbe diventato senza difficoltà una superstar globale fin da giovanissimo. Invece ha avuto la sfortuna di affacciarsi al calcio a cavallo degli anni 2000, ovvero esattamente in corrispondenza dell'estinzione dei giocatori come lui. I trequartisti di passo lento e grande visione di gioco avevano dominato i decenni precedenti, ma adesso nessuno dei nuovi sistemi tassici ne prevede l'utilizzo. Ma ve lo immaginate uno come Pirlo, uno che non aveva mai avuto bisogno di osservatori in vita sua e fin da quando aveva 15 anni era sui taccuini di tutte le migliori squadre europee, come dev'essersi sentito a venire sballottato in prestito su e giù per l'Italia, tra Reggio Calabria e Brescia, mentre i suoi massimi momenti di notorietà nazionale gli derivano dal ruolo di eterno capitano dell'under-21?

Nel 2001 , a 21 anni, dopo aver giocato poco e niente per mezza stagione nell'Inter, Piro viene prestato per 6 mesi al Brescia, la squadra in cui è cresciuto. Visto che dietro le punte c'è già Roberto Baggio, Mazzone lo arretra a regista di centrocampo. Fa alcune ottime cose, tra cui il lancio in verticale per il famosissimo aggancio-dribbling di Baggio contro la Juve, ma dopo 10 partite si rompe un piede e la sua stagione finisce li. Quando torna all'Inter Pirlo è un giocatore ancora molto giovane, ma non più un enfant prodige, non ha un ruolo ben definito ed è considerato fisicamente fragile. Non so in quanti a quel punto avrebbero scommesso su di lui.
Invece quell'estate va al Milan e grazie ad Ancelotti inizia a lavorare sull'intuizione di Mazzone e a sfidare i suoi ovvi limiti, oltre che il semplice buon senso che sconsiglierebbe di schierare a protezione della difesa uno dei trequartisti più statici e leggerini in circolazione. Oggi sappiamo tutti come è andata a finire, ma il successo di una trasformazione del genere non era affatto scontato.
Insomma, dalla squadra campione del mondo 2006 al calcio italiano mancano senz'altro le urla fanatiche dei Cannavaro e dei Gattuso, nati soldati e diventati generali sul campo, ma uno come Pirlo sarà ancora più difficile da rimpiazzare, perchè i generali nati poeti sono i più rari di tutti, e di solito sono quelli che scrivono la storia.
Pirlo ai tempi del Brescia era paragonato a Rivera; che secondo molti è stato il 10 italiano più forte di tutti, tecnico, indolente e sofisticato.
Penso quindi gioco è una autobiografia uscita nel 2013 in cui Pirlo scrive come un giornalista che ha letto Open , ma non è del tutto convinto che una cosa del genere possa funzionare sul mercato italiano, per cui ci sono due o tre momenti di drama sulla solitudine del campione. Una delle scene di drama è quella in cui Pirlo sedicenne negli allievi del Brescia gioca in lacrime saltando avversari e compagni, perchè si è reso conto che questi ultimi sono invidiosi e non gli passano il pallone. Non si sa se questa scena sia realmente accaduta, ma comunque sarà verosimile. Come già detto, Pirlo è stato uno dei ragazzini predestiati del calcio italiano, come Baggio prima di lui e più tardi Cassano e Balotelli. Da adolescente basta vedere come calcia il pallone per capire che è diverso da tutti gli altri e sa già imprimere alla sfera le traiettorie misteriose che qualche anno dopo diventeranno famosissime. Gioca a testa alta e vede tutto il campo con la naturalezza di un ragno al centro della tela. Lo chiamano in tutte le nazionali possibili a partire dell'Under-15, e diventa la stellina dell'Under-16, dell'Under-18 e dell'Under-21, una dopo l'altra.
Ha il tocco e il portamento del grande numero 10, che è uno degli archetipi della tradizione calcistica italiana, e persino il taglio dei capelli gli conferisce una dimensione un po' fuori dal tempo. Per noi italiani i numeri 10 sono importanti, perchè abbiamo sempre giocato così: grandi difensori e centrocampisti di corsa, con un centravanti implacabile e un fantasista geniale a trasformare in oro le poche occasioni della partita. Forse è questo il motivo per cui, da sempre, quando un ragazzo sembra avere le potenzialità di un grande 9 o di un grande 10 gli scateniamo intorno attenzioni tecniche e mediatiche spropositate. Pirlo non fa eccezione.
Uno dei suoi primi allenatori racconta così Pirlo quattordicenne: "Già allora non gli potevi dire niente, al massimo di non specchiarsi troppo. Per il resto era ed è perfetto: se a te dalla panchina viene in mente che potrebbe fare una cosa, sta' certo che l'ha già pensato".
Esordisce in serie a due giorni dopo aver compiuto 16 anni, nell'anno della retrocessione del Brescia.
L'anno dopo è titolare in serie A, non prima che Lucescu abbia sedato una rivolta dei senatori della squadra. Il ragazzo infatti in allenamento non dà prova di particolare umiltà, e si diverte a dribblare e a controdribblare giocatori che hanno quasi il doppio dei suoi anni. Alla fine gioca 29 partite e segna 4 gol. Alla trentunesima di campionato contro il Bologna Pirlo segna la prima, splendida, punizione "alla Pirlo" tra i professionisti.
Alla fine del campionato 1997/1998, a 19 anni appena compiuti, Pirlo passando all'Inter realizza il sogno di giocare con Baggio che al contempo arriva in nerazzurro dal Bologna. Esordisce in una partita amichevole contro il Liverpool e fa vedere cose straordinarie. Simoni dichiara:" Questo è un genietto del calcio, vede la partita e serve sempre il compagno davanti al portiere. Potenzialmente è uno dei più forti giocatori al mondo, appena l'ho visto ho detto a Moratti di prenderlo. Campioni si nasce e ogni età è buona per dimostrarlo. Rivera a 16 anni lo era, e Rivera è la prima cosa che penso quando vedo Pirlo"
" Se Owen vale 100 miliardi, Pirlo ne vale 150" rincara la dose il terzino Colonnese, con quella che all'epoca sembra una sparata e invece alla luce della carriera dei due appare oggi come una valutazione fin troppo generosa nei confronti dell'inglese.
Alla fine del campionato Pirlo parte con l'Under-21 per partecipare da stella annunciata all'Europeo di categoria in Slovacchia. Il CT è Tardelli e in rosa ci sono Abbiati, Gattuso, Matteo Ferrari, Cristiano Zanetti, Coco, Ventola e Comandini. Pirlo nella prima vittoria contro l'Inghilterra segna su rigore, ma alla seconda partita contro la Slovacchia prende due ammonizioni assurde e si fa cacciare. Rientra per la finale contro la Repubblica Ceca e porta L'Italia in vantaggio su rigore. I cechi riescono a pareggiare, ma a dieci minuti dalla fine c'è una punizione dalla zolla preferita di Pirlo, che fa la sua magia a giro sopra la barriera, incastrando il pallone all'incrocio dei pali. L'Under-21 è campione d'Europa, Pirlo è il miglior giocatore dell'europeo e vince il premio di miglior giocatore.
Torna quindi all'Inter circondato da grandi aspettative, dopo la prima di campionato si presenta una grossa opportunità, Lippi viene esonerato e al suo posto viene chiamato proprio Tardelli con la quale Pirlo ha vinto l'Europeo Under-21 in estate. Invece le cose vanno malissimo, Pirlo racconta di aver trascorso 6 mesi orrendi e di aver iniziato a guardare Tardelli con ostilità, fino a quando a gennaio non viene ceduto in prestito al Brescia.
In estate Pirlo passa al Milan, prende la maglia numero 21
In cima al mondo
" E' sempre divertente vedere gli sforzi che fanno le altre squadre per cercare di fermarlo, e come lui distrugga tutti i loro piani in un secondo". Questa l'ha detta Gigi Buffon e mi pare l'epigrafe perfetta per il gioco di Pirlo regista.
Secondo me non è corretto dire che Pirlo al Milan si trasforma in regista. Meglio dire che smette di essere un trequartista e diventa una cosa nuova, che prima non esisteva e che difficilmente sarà replicabile in futuro. Pirlo ha la capacità di attirare il pressing degli avversari per aprire tempi e spazi agli inserimenti degli avversari( l'esempio più noto di questa qualità è l'assist a Grosso contro la Germania, in cui Pirlo temporeggiando si chiama addosso due, tre, quattro tedeschi, e poi li infila quando dice lui). Pirlo è anche un grande giocatore di contatto, sa resistere alle cariche senza perdere la lucidità, e questa è senz'altro una caratteristica che gli deriva da quando giocava più avanti.
Al secondo anno al Milan Ancelotti inventa l'albero di natale e Pirlo si posiziona stabilmente davanti alla difesa, diventando uno dei giocatori più forti al mondo. In quattro anni vincerà due Champions League, uno scudetto, due Supercoppe europee e il campionato del mondo 2006 con la nazionale.
Nel 2011 per Pirlo c'è il divorzio con il Milan, Andrea viene lasciato andare via gratis senza grandi cerimonie dopo che negli anni precedenti si era lasciato convincere a rifiutare Chelsea, Real Madrid e Barcellona per amore della maglia. Può darsi che una delle determinanti della seconda giovinezza di Pirlo alla Juve sia stato proprio lo spirito di rivalsa nei confronti del Milan.
Rigori
Il giorno dopo che Pirlo aveva ridicolizzato i saltelli di Joe Hart col cucchiaio, uno dei suoi primi allenatori ha raccontato ai giornali un precedente. A 13 anni Pirlo dovette battere un rigore decisivo, andò sul dischetto con la freddezza che sarebbe diventata proverbiale e fece gol col cucchiaio, proprio come anni dopo con Hart.
Se non vogliamo farlo per Pirlo, facciamolo per Verratti. Piantiamola di fare sempre questo paragone assurdo e rassegniamoci che il nuovo Pirlo non c'è e molto probabilmente non ci sarà mai. Magari Verratti diventerà altrettanto forte, ma in un altro modo, perchè la carriera di Pirlo è particolare e praticamente è irripetibile.
Insomma il calcio piange l'ennesimo ritiro di un meraviglioso campione.
Grazie di tutto maestro! Il calcio perde uno dei suoi interpreti migliori.
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