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Juventus, CR7 prove di addio: Storia di un'amore mai decollato

 Rispetto, passione e voglia di vincere . Tre pensieri che accomunavano la Juventus e Cristiano Ronaldo tre anni orsono e che sono stati f...

lunedì 15 ottobre 2018

Nazionale: E' il momento della svolta?

92 minuti dall'inizio di Polonia - Italia, Insigne batte il corner, Lasagna la tocca verso il secondo palo e trova Biraghi che la butta dentro da pochi passi.
Gli azzurri sbancano lo stadio Chorzow e tornano al successo che, in una gara che conta mancava da più di un anno. Con questo risultato ci salviamo e rimaniamo in serie A, mentre condanniamo Piatek e compagni alla retrocessione nella seconda divisione. Tra l'altro oltre a salvarci abbiamo la grande chance di qualificarci tra le prime quattro di questo torneo. Dovremo battere il Portogallo a San Siro e sperare che i lusitani non vincano in casa contro i polacchi.

Potrebbe essere finalmente arrivato il presupposto per la svolta, per l'apertura di un nuovo ciclo. Certo il detto "una rondine non è primavera" è più che giusto in questo contesto, ma la rete del terzino viola potrebbe davvero aver aperto nuovi orizzonti al nostro calcio.

Non volendo tornare su Ventura, su cui si è già discusso anche troppo, occorre sottolineare come Mancini abbia riportato la qualità. Quest'ultima cosa è troppo importante per una squadra che si pone obiettivi importanti. Il tecnico di Jesi vuole una compagine che giochi nella metà campo avversaria e che comandi il gioco in qualsiasi campo. Se andiamo a vedere gli 11 scesi in campo possiamo benissimo notare che la tecnica non manca assolutamente: Bonucci, Jorginho, Verratti, Insigne, Bernardeschi e Chiesa. L'Italia può fare quello che vuole, e infatti ieri è stato uno spettacolo.
Era dai tempi di Conte che non si vedeva un'Italia così intraprendente. Rispetto a quella nazionale, però questa selezione ha ancor più qualità. Nell'Europeo 2016 si è visto come fosse il gruppo a fare la differenza, la squadra odierna, oltre a essere molto unita ha un potenziale ancora più alta.
Certo si può dire che manca il vero centravanti, ma con la sua aggiunta si potrebbe risolvere il problema. Probabilmente Immobile per questo tipo di gioco non è il giocatore giusto, e la scelta di inserire Lasagna alla fine della partita di ieri potrebbe essere piuttosto indicativa.
Con Bonucci e Chiellini la difesa è al top, tra l'altro dietro di loro ci sono giocatori affidabili come Acerbi e Romagnoli, aspettando anche Caldara. Il centrocampo che appariva in grande difficoltà con Ventura, soprattutto in fase di impostazione, trova nel doppio regista la risposta a tutti i problemi.
Barella, Cristante o Bonaventura possono essere il terzo centrocampista bravo a inserirsi nell'area avversaria per ricevere i passaggi. In porta Donnarumma e Perin non si discutono.
Insomma dopo qualche anno di buio, con l'apice toccato con il mancato Mondiale sembra che un po' di luce cominci a vedersi all'orizzonte. Con questa mentalità, questi uomini con 2-4 anni in più potranno dire la loro sia all'Europeo, ma soprattutto al Mondiale 2022 in Qatar.
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domenica 14 ottobre 2018

IL FASCINO DEL TALENTO

Mi pare giusto concretizzare in inchiostro informatico qualche parola sulla squadra, a parer mio, più affascinante della NBA attuale, i Lakers.
Questa mia attrazione non è, incredibilmente, dovuta a James, anzi. LeBron è l'unica certezza, l'unico pilastro etico, tattico e dogmatico che osserviamo in questi Los Angeles. Come sempre sarà, il 23 è fantastico, ma proprio questa sua purezza incorruttibile me lo rende ormai consuetudine: ovunque vada, fa bene. Certo, l'entusiasmo è a mille, ma la curiosità nei suoi confronti è nulla, perché ingiustificata osservando la sua leggenda passata e presente. L'attrazione sorge, infatti, principalmente dal mistero, dall'imprevisto che plasma meraviglia nell'atmosfera. Per questo James non mi affascina. È stupendo, certo, ma poco affascinante.
Se non da lui, quindi, da dove sorge quell'emozione incerta che emerge spontanea dall'anima? Da tutti gli altri, in particolare, da quegli ultimi talentuosissimi che si celano nell'ombra della squadra più illuminata del mondo. Beasley, Rondo, Stephenson, Mcgee, in primis, ma anche Ball, Ingram, Kuzma. Dei giovani è intrigante il potenziale, mentre per i "veterani" il discorso si spezza in due diverse vie, antitetiche nel giudizio: da una parte il passato li ha deformati, demonizzati, resi oscillanti su montagne russe prestazionali, mentre dall'altra, sotto quelle figure ormai guardate con occhio sorridente di derisione, ancora rimane nitida la consapevolezza del loro enorme talento. Tutti e quattro hanno deluso, qualcuno di più, qualcuno di meno, ma ancora oggi, nonostante i fallimenti, sono intriganti quanto un mistero irrisolto. La loro follia, un misto di pazzia e genialità, è mossa da una predisposizione naturale a meravigliare gli assistenti, sia negativamente che positivamente. Proprio questa imprevedibilità, paradossalmente, può trasformarsi nel Jolly funzionale alla vittoria. Le squadre di LeBron, troppo spesso, sono parse unidirezionali, assolutamente pronosticabili nella pratica, perché tutto ruotava attorno esclusivamente al numero 23, detentore assoluto dei fili per controllare in modo totalitario l'incontro. Questo controllo però si è sempre tradotto in un punto debole: se si limitava LeBron, si limitava l'intera squadra, incapace di ovviare al suo depotenziamento forzato. Nessuno, sopratutto nei Cleveland, è mai sembrato in grado di caricarsi, in particolare nella metà campo offensiva, l'intera squadra nel momento di assenza del suo condottiero. Nei Lakers questo paradigma può invece mutare, a patto che questi quattro matti riescano ad emergere dalla trascuratezza nel momento del bisogno. Possono fungere da bagliore in mezzo al nulla, da stranezza in mezzo alla normalità, in grado di spazzare via i piani studiati dalla altre contendenti. Se riuscissero a rivelare, in modo alternato, la loro faccia eroica, e non quella malvagia, potrebbero permettere ai Lakers di essere molto più forti di quello che oggi noi pensiamo. Molto passa dalle mani di LeBron, troppe volte considerato incapace di coinvolgere profondamente i compagni nel progetto. A lui spetta dimostrare l'unica cosa che fin'ora non è riuscito a confermare in modo completo: essere un leader, non solo in campo, ma anche nella mente di coloro che lo seguono. Non sarà facile, considerando il curriculum dei quattro alunni, cavalli indomabili. Potrebbe essere la sua ultima grande impresa, per consacrarsi legittimamente a pretendente del titolo che fino da quando era ragazzino il mondo gli voleva veder realizzare. Attenzione, quindi, perché con questi 4 i Lakers potrebbero essere una mina vagante, in grado di distruggere sia i pronostici che loro stessi.

lunedì 8 ottobre 2018

Gli Indiana Pacers puntano in alto

“We don’t F with the game”: un’espressione gergale, magari non troppo elegante, indubbiamente divertita, ha concluso la conferenza stampa di Nate Mc Millan, durante il training camp. Il coach dei Pacers si aspetta la maturazione definitiva della sua squadra, ben conscio che, se l’anno scorso il fatto di essere under dog dava un vantaggio per quanto concerne le responsabilità e la pressione sulla squadra, durante la stagione 2018/19 i ragazzi di Indianapolis non saranno presi sottogamba da nessuno in NBA.
Se la scorsa stagione, dopo l’addio dell’idolo Paul George, le ambizioni erano di far crescere i giovani e di assestarsi attorno al livello dei posti playoff, quest’anno il clima a Indianapolis è decisamente più caldo: le proiezioni statistiche attestano Indiana su 20 vittorie in più di quanto non dicessero più o meno un anno fa. Se gli anni scorsi la possibilità di arrivare in finale era bloccata dal cannibalesco sguardo di LeBron James, la spedizione ad ovest del Re mette finalmente in palio lo scettro della Eastern Conference: tutti vogliono sfruttare l’occasione, e Indiana vede improvvisamente rinverdire i ricordi delle annate d’oro 2013-2014.
“Sappiamo che le aspettative attorno a noi si sono alzate” – ha aggiunto coach McMillan – “C’è stato un grande sbalzo fra le prospettive della scorsa annata, piuttosto modeste, e i risultati che abbiamo effettivamente raggiunto.” Parte di questo ʻsbalzoʼ concerne indubbiamente il raggiungimento delle 48 vittorie stagionale, con la top 12 sia per Off Rat che per Def Rat, un risultato per certi versi incredibile, dato che gli analisti proponevano i Pacers, in entrambi i rating, fra le ultime 10 compagini della lega. Ma ad alzare la febbre attorno ai gialloblù sono state le prestazioni offerte nel primo turno dei playoff, al cardiopalma, contro i Cavaliers di LeBron James. McMillan ha portato Cleveland a gara 7, terminando con +40 di plusminus globale una serie persa. Il piano di gioco di Indiana è stato stravolto solo in gara 5, quando il game winner stordente del Prescelto ha ribaltato le gerarchie della serie, riportando a Cleveland il fattore campo. Ma il livello offensivo raggiunto da Oladipo e la difesa di Young e soci non sono passate sottobanco nel panorama NBA, producendo un grande interesse per le possibilità di miglioramento dei nuovi Pacers.
“Dobbiamo metterci alle spalle quello che abbiamo fatto lo scorso anno” – aggiunge però il coach – “Siamo stati bravi, è vero, ma adesso dobbiamo amalgamarci in un nuovo gruppo e dobbiamo forgiare una nuova identità, perché sarà una stagione diversa e noi saremo una squadra diversa, con nuove caratteristiche tattiche.” Comunque McMillan non dovrebbe preoccuparsi troppo di trovare una squadra adagiata sugli allori, anzi, la fame di vincere sembra essere intatta. Indiana lo scorso anno ha chiuso sul 48-34, nonostante l’eroe di casa, Victor Oladipo, abbia saltato 7 gare a causa di diversi infortuni che l’hanno costretto ai box. In queste 7 partite Indiana è rimasta a bocca asciutta, con un tremendo Off. Rat. di 97.8, e i Pacers sono stati sconfitti di 14.2 punti a gara senza di lui.
Questo significa che con Oladipo nello starting line-up, Indiana ha giocato con un pace di 53 vittorie a stagione, che l’avrebbe ipoteticamente collocata al terzo posto della classifica della Eastern Conference. L’obiettivo stagionale, incrociando le dita per evitare infortuni, è quello di raggiungere un migliore piazzamento, integrando nel migliore dei modi gli acquisti dell’off-season: Tyrike Evans (contratto annuale di 12 milioni di dollari), Doug McDermott (tre anni a 22 milioni di dollari), Kyle O’Quinn (un anno a 4.5 milioni di dollari).
Da questa stagione, la rotazione dei Pacers sarà dunque probabilmente a 10 uomini, o almeno sulla carta: il quintetto dovrebbe rimanere immutato con il backcourt formato da Collison e Oladipo, Bogdanovic da 3, Young da 4 e Turner sotto i ferri. Oltre ai 3 nuovi arrivati, dalla panchina usciranno Cory Joseph e Domantas Sabonis, che lo scorso anno sono riusciti a portare qualità e quantità.
L’interesse maggiore, fra i nuovi arrivati, è per ciò che Tyrike Evans potrebbe portare alla causa dei Pacers: dalla panchina gli si chiede playmaking e creazione di tiri, fermo restando che non calerà il minutaggio di Joseph, il play di riserva. Infatti Cory è stato nei due quintetti più produttivi a livello di plus minus della scorsa stagione: quello formato da lui più i titolari, e quello Joseph-Oladipo-Stephenson-Young-Sabonis, che hanno prodotto numeri difensivi davvero elitari.
Oladipo ha rilasciato dichiarazioni lusinghiere sul nuovo arrivato: “Possiamo, sia io che Evans, giocare on e off the ball. Siamo entrambi versatili. Lui ha una grande capacità di migliorare i compagni e di fare grandi giocate.” Evans avrà un ruolo minoritario rispetto alla scorsa stagione a Memphis, dove ha giocato sempre in quintetto causa infortuni, ma in una squadra decisamente migliore dei Grizzlies. Evans ha mostrato il suo career high, lo scorso anno, in usage (28.4 %), e in true shooting (56.1%). La sua pazienza e la sua creatività gli danno un grande vantaggio nel pick’n’roll, specificamente per quanto concerne la sua capacità di segnare: Evans, lo scorso anno, si è classificato all’undicesimo posto per punti per possesso, nell’86 percentile. Avere il lusso di un creatore di gioco del genere può apportare enormi vantaggi all’attacco dei Pacers, in particolare a Oladipo stesso. Evans e Oladipo sono, rispettivamente, ventesimo e ventunesimo per % dal campo sui tiri dal palleggio (il campione è di almeno 4 pull-up a partita) la scorsa stagione. Sui 42 giocatori che hanno tirato almeno due triple dal palleggio a partita, Evans è al terzo posto, dietro due cecchini come Curry e Irving. Evans tira con il 40.5% in queste circostanze, mettendo su numeri rispettabilissimi: insieme a Oladipo e al sottovalutato Collison (che ha guidato la lega per % da 3 punti, con il 46.8 %), forma una triade di tiratori micidiali.
Ciò però non comporta solo una maggiore pericolosità al tiro, ma anche una difesa che, giocoforza, dev’essere più aggressiva, e può permettere di allargare maggiormente il campo sui pick’n’pop per i lunghi di Indiana, Sabonis e Turner, che non a caso stanno cercando di allargare con maggiore efficacia il loro range di tiro.
Indiana sembra, insomma, pronta a fare un ulteriore salto di qualità: l’anno scorso la squadra di McMillan è sbocciata, riprendendosi dalla partenza di George e ricreando un clima di competitività e divertimento. Quest’anno, se possibile, l’obiettivo è ancor più ambizioso: confermarsi, senza snaturarsi, divenendo una delle compagini più temute ad Est e continuando sulla scia di un progetto che ha tutte le carte in regola per rimanere continuativamente ad alti livelli, per giovinezza e spregiudicatezza tecnica e tattica

giovedì 4 ottobre 2018

Napoli strepitoso, 0 tiri in porta per il Liverpool

Serviva forse una partita spartiacque per certificare l'evoluzione del Napoli con Carlo Ancelotti. Anche se fosse finita con un pareggio, per quanto deludente potesse risultare, è questa la partita di cui sopra.
Le asimmetrie sono la chiave del cambiamento di questa squadra. Uno schieramento estremamente liquido, che ha saputo sempre, se non disinnescare, quantomeno rallentare la costruzione bassa del Liverpool. La posizione di Fabian Ruiz è stata la chiave. Lo spagnolo, nominalmente esterno di fascia sinistra, ha spesso preso una posizione da mezzala, alzandosi ed accentrandosi vicino a Milik. Il cuneo creato col polacco e con Insigne indirizzava fortemente il gioco del Liverpool, isolando un lato dall'altro ed impedendo ai Reds di muovere la palla sui grandi spazi. Una volta chiuso il possesso dall'una o dall'altra parte, le strategie di recupero erano differenti. Sulla propria corsia di sinistra il Napoli ingabbiava rapidamente i Reds, chiudendo gli spazi verso la linea laterale. La poca proprietà di palleggio di Gomez e Alexander-Arnold, nonché l'efficace lavoro su Salah - sempre costretto spalle alla porta - ha chiuso la porta. A destra l'atteggiamento prudente del terzino/centrale Maksimovic ha creato un imbuto dove il gioco del Liverpool veniva incanalato. Ad attendere in fondo al tunnel però c'era un tentacolare Allan, (5/7 contrasti vincenti, migliore dei suoi), che ha ringhiato sulla soglia di quel passaggio finché non ha dovuto arretrare per far da stampella ad Hamsik. Lo spettacolare lavoro di pressing ha impedito al Liverpool di allungare il campo, costringendolo per lunghi, psicologicamente frustranti, tratti nella propria metà difensiva.
Il Napoli ha superato l'asfittica necessità di cercare trame di gioco poligonali, non esagera più con il "gioca a chi vedi" quando parte dal portiere, non ha paura di giocare sul campo grande e non sovraccarica più la fascia sinistra. L'exploit di Insigne in questo inizio di stagione è tremendamente incoraggiante. Finalmente vediamo l'attaccante napoletano in un contesto che ne esalti le qualità e gli permetta di essere sempre utile alla squadra con le sue caratteristiche. Troppo spesso infatti (e sempre, in Nazionale) Insigne aveva dato l'impressione dello studente poco diligente quando chiamato a partecipare a cerebrali manovre posizionali, di fatto mancando sempre quel salto di qualità che solo la consapevolezza del proprio ruolo in campo e delle proprie qualità può dare. Sono proprio cambiate le sue ricezioni: più spesso trovato con del campo alle spalle della difesa, più spesso trovato in corsa.
Questo perché il Napoli, dicevamo, non ha più paura di giocare in un campo grande. Quando la partita lo richiede sa muovere palla per la via più veloce - quella aerea - e su lunghe distanze, concedendo più ritmo e respiro all'attacco e meno tempo alla difesa avversaria di togliere la profondità. Chiaro che contro una squadra atleticamente importantissima come il Liverpool può succedere di calare da questo punto di vista, ma qui la superiore capacità di lettura di Ancelotti viene in soccorso degli Azzurri. Forze fresche e velocità in attacco con Mertens e Verdi (del quale però non possiamo fare a meno di notificare ancora una certa inadeguatezza tecnica per certi ritmi) sia per rinvigorire con la corsa quel pressing tatticamente perfetto, ma probante, sia per poter avere maggior imprevedibilità in una fase di partita che fisiologicamente avrebbe dovuto vedere il Napoli agire di rimessa. Quando Hamsik, autore di una prova convincente, ha pagato dazio, dentro Zielinski e con lui rinnovata verticalità alla manovra. Il gol vittoria non è casuale, non solo perché arriva dopo una pletora di altre occasioni, ma anche perché rappresenta il preciso punto di arrivo di un piano gara in cui ogni dettaglio è stato studiato con rara intelligenza dal mister ed eseguito con abnegazione dalla squadra. Il Napoli è sicuramente una squadra forte nei singoli, ma probabilmente meno forte di altre. Si è detto spesso della precedente gestione che il dogmatismo era necessario, che il Napoli solo con il suo gioco così cesellato poteva competere con realtà più attrezzate. Personalmente ho sempre, articolatamente, sostenuto che proprio l'integralismo fosse il principale limite del Napoli. Non solo per la mancanza di alternative tattiche, ma anche per la mancanza di fiducia nei giocatori che presuppone. Maggiore spazio decisionale per i calciatori significa maggiore spazio di crescita. In un contesto in cui le idee dell'allenatore godono dell'infallibilità papale, quando sbaglio significa che è colpa mia, sono io ad essere scarso: si perde autostima. In un contesto invece in cui l'errore è accettato come opportunità di reagire e trovare nuove soluzioni, allora posso capirlo ed imparare qualcosa.
Dopo davvero molto tempo Ancelotti si ritrova una squadra da far crescere, più che da assemblare. Io credo che si percepisca nel suo atteggiamento quel rinnovato entusiasmo per il lavoro, che solo il toccare con mano i miglioramenti dei propri ragazzi può dare.
Se non puoi competere sul mercato, forse la vera strada è quella dell'imperfezione, dell'asimmetria, della pazienza e, alla fine, della crescita.

lunedì 1 ottobre 2018

La Juventus ha dei punti deboli?

Dopo la convincente vittoria contro la diretta concorrente Napoli, la Juventus sembra aver  davanti a se  la strada spianata per andarsi a prendere l'ottavo scudetto consecutivo.
Il vero punto debole della squadra di Torino è proprio la Juve.
Il Napoli è una grande squadra, ben messa in campo e dura a morire. Lo dimostra la clamorosa occasione mancata da Callejon, qualche minuto dopo l'espulsione per doppia ammonizione di Mario Rui. Quello che è mancato ai partenopei, come ha affermato correttamente Adani, è l'apporto degli interpreti offensivi, la personalità e la responsabilità di prendersi in carico la squadra. Insigne, Callejon e Mertens non sono Ronaldo, ma attaccare una Juventus poco precisa negli appoggi e nei disimpegni era fondamentale. Qua, in una partita aperta, si è giocato il mismatch dell'incontro. Allegri sa di avere gli interpreti per ribaltare la partita, sa che i campioni fanno la differenza e per ora va bene così. E' da 4 anni però che il tecnico livornese batte sul tasto della concentrazione, dell'essere all'interno del match per 90 minuti. Ciò è l'obiettivo finale, finora raggiunto a sprazzi, aldilà della vittoria. Il Napoli può quindi recriminare per quei primi venti minuti di superiorità, ma resta la rivale più credibile per tenere aperto un campionato, che vede già la seconda in classifica a -6.
Allan migliore in campo per il Napoli, Ronaldo per i bianconeri.
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sabato 29 settembre 2018

Serie a = Sabato da brividi

Per gli amanti del pallone questo sabato non è come tutti gli altri, si inizia alle ore 15 col derby capitolino tra Roma e Lazio, per poi alle 18 spostarsi allo Stadium di Torino per il match tra Juventus e Napoli, insomma ci attende un grande pomeriggio di calcio con 2 super sfide che potranno già fornire risposte importanti.

Roma - Lazio: Il derby della capitale giunge in un momento molto particolare per entrambe le squadre. I biancocelesti si presentano con 12 punti in 6 giornate, dati da 4 vittorie e 2 sconfitte, ma le 2 partite perse sono state contro Napoli prima, e Juve dopo. nonostante l'inizio di campionato tragico, la Lazio ha poi sconfitto Frosinone, Empoli, Genoa e Udinese.
La situazione dei giallorossi invece è molto differente. La squadra di Di Francesco arriva a questo match dopo la vittoria interna per 4-0 contro il Frosinone, ma prima di questi facili 3 punti, ha mostrato grandi difficoltà pareggiando all'Olimpico, con Atalanta e Chievo e perdendo a San Siro contro il Milan e a Bologna. Si parlava di una squadra incapace di reagire, di giocatori senza il giusto piglio. A Di Francesco, servono ulteriori risposte e non vi è sfida migliore che quella contro una Lazio lanciata .

Juventus - Napoli: Dire che questo è il big match della giornata è abbastanza scontato. Parliamo della gara tra la prima e la seconda della classe. La squadra bianconera arriva a questa fondamentale sfida dopo un en plain di successi. Se mettiamo assieme campionato e Champions League hanno conquistato 7 vittorie su 7.
Qualora dovesse vincere anche contro i principali rivali, questa sensazione che aleggia sulle altre squadre diverrebbe ancora più importante e difficile da levare. Dall'altra parte, il Napoli ha bisogno di espugnare l'Allianz Stadium, e l'anno scorso ci è riuscito per la prima volta.
Ricorderete come nello scorso Aprile un colpo di testa di Koulibaly fece si che la formazione campana espugnasse per la prima volta l'impianto torinese.
La nuova squadra targata Ancelotti ha ancora molti paradigmi del calcio di Sarri, ma ha aggiunto una dose sostanziosa di praticità. Insomma è una formazione più consapevole dei propri mezzi. 
Certo la sfida di Torino non è assolutamente decisiva ai fini dello scudetto, d'altronde non lo fu a poche giornate della fine dello scorso anno, non vedo come lo possa essere a fine settembre. Nessuna delle due squadre in caso di sconfitta dovranno ridimensionare i propri obiettivi.
Ciò detto, ci sarà sicuramente tanto divertimento.
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venerdì 28 settembre 2018

Dove deve migliorare il Milan?

Dopo il pareggio (immeritato, ma pur sempre pareggio) di ieri sera, molti tifosi cominciano a mormorare e lamentarsi a causa dei parecchi punti persi per strada fino ad ora.
Se andiamo a vedere però ogni partita singolarmente, possiamo tranquillamente affermare che i rossoneri sono una squadra a larghi tratti bella da vedere giocare, il livello tecnico e di palleggio medio è pregevole, anche se nessuno sia un top player, tranne Higuain.
Suso e Bonaventura sono giocatori di tecnica e di talento, ma non calciatori di livello europeo, più per struttura fisica che per altro: e per quanto siano degli ottimi giocatori, non sono dei fuoriclasse assoluti.
Calhanoglu e Kessie, che avrebbero invece tutto per essere dei top europei, sono ancora troppo discontinui, ma possono arrivarci.
Per quanto riguarda la fase difensiva Romagnoli e Musacchio sono una buona coppia, ma non necessariamente sempre concentrati, cosi come Calabria che deve ancora crescere molto, e non ha il fisico per scalare in area con successo. Dall'altra parte invece Rodriguez va spesso a ruota e non è supportato mai da una mezzala difensivamente ordinata dal suo lato.
Donnarumma è un portiere con dei riflessi e una capacità di scendere giù fuori dal normale, ma deve lavorare tanto specialmente con i piedi.
I cambi possono garantire un rendimento di livello alla squadra a cui manca solamente la determinazione e la mentalità che ti fa portare a casa i risultati.
La favola del "giocar male e vincere" con cui si riempie la bocca da sempre la maggior parte della popolazione calcistica italiana rimane per me la favola che piace raccontarsi.
Giocare bene è certamente una maggiore garanzia di successo (lo rende più probabile), ma allo stesso tempo giocare bene è anche saper difendere, che è meno spettacolare, e saper reggere come squadra, e portare a casa il risultato.
Basti pensare per avere la conferma, che la Juventus quando è andata in vantaggio nel 2018 ha perso poco più del 5% dei punti disponibili. Il Milan in questo dato è la peggiore squadra.
Si tratta solo di crescere ed avere pazienza, è più facile smettere di fare errori e di cercarsi la sfortuna che dare un gioco ad una squadra.
Per questo motivo il Milan è ampiamente in lotta con le 3 rivali per i posti dal 3 al 6 esattamente come lo scorso anno.
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martedì 25 settembre 2018

La Juve vola, Il Napoli insegue, Inter, Milan e Lazio si inseriscono in extremis mentre la Roma è nell'inferno

Passato il primo mese di serie A è giusto tirare le prime somme, se si volesse fare un riassunto breve si potrebbe dire tranquillamente che la Juventus domina, mentre il Napoli insegue dietro di mezza ruota. Poi ci sono i veementi ritorni di Lazio, Inter e Milan che provano ad aggiungersi in extremis al duo di testa, mentre la Roma è in crisi nera e Di Francesco pare dopo poche giornate già appeso a un filo molto sottile.

Insomma siamo solamente a fine Settembre, ma il campionato vive già una fase calda con il turno infrasettimanale alle porte che fa da antipasto a un fine settimana piuttosto succulente con il piatto del dessert che ci offre Roma - Lazio e Juventus-Napoli.

Detto questo, è utile concentrarsi sui vari spunto che queste prime 5 giornate di campionato ci hanno lasciato.

La Juve sta proseguendo con molta calma sulla falsariga dello scorso campionato, la Vecchia signora è l'unica squadra ad aver calato il pokerissimo con 5 vittorie su 5 e dunque è anche l'unica squadra a punteggio pieno. Basta andare a vedere i primi quattro incontri per notare che la Juventus non ha avuto dei match particolarmente preoccupanti, ma come sappiamo bene ogni partita nasconde le proprie insidie. A eccezione della prima partita contro il Chievo i Campioni d'Italia non sono mai andati in grande difficoltà contro Lazio, Parma, Sassuolo e Frosinone. Non si può dire nulla diverso della Champions, la Juve ha meritatamente portato a casa i tre punti a Valencia.
Dunque un ottimo inizio di stagione che lascia un solo dubbio: Quante giornate dovrà saltare Ronaldo in Champions League?

Il Napoli segue la squadra torinese con 3 punti di distacco, ed è fino ad ora la squadra che ha dimostrato ripetutamente di poter essere l'antiJuve. Se escludiamo il passaggio a vuoto contro la Samp la squadra di Ancelotti ha sempre vinto. In questo caso però bisogna andare a vedere le squadre che Insigne e compagni hanno affrontato e battuto: Lazio, Milan, Fiorentina e Torino. Insomma vittorie di un certo spessore, in un inizio di campionato che poteva nascondere qualche insidia di troppo. C'è da dire però che i partenopei non hanno mai convinto del tutto, perchè hanno trionfato in rimonta sia contro i biancocelesti che con i rossoneri e in più in Champions hanno pareggiato in casa della Stella Rossa. Ciò ammesso, la compagine del presidente De Laurentis viaggia spedita è ha le carte in regola per mettere i bastoni tra le ruote ai bianconeri.

Dopo un avvio di stagione da paura, con le 2 sconfitte contro Napoli e Juve, la Lazio si è ripresa molto bene è ha superato Frosinone, Empoli e Genoa ripresentandosi con prepotenza nelle parti di classifica che contano di più. D'altra parte il calendario delle prime due partite era stato poco clemente nei confronti di Immobile e compagni, ma Inzaghi è stato bravo a riprendere saldamente il comando della squadra e a riportarla dove merita.

Proseguendo in ordine di classifica troviamo l'Inter a 7 punti. I nerazzurri stanno correndo a corrente alternata, hanno perso contro il Sassuolo, hanno pareggiato in casa col Toro per poi vincere a Bologna. Dopo la sosta, hanno perso a San Siro con il Parma e vinto all'ultimo respiro su un campo complicato come Marassi. Il tutto va analizzato insieme al successo pazzesco ottenuto in Champions contro il Tottenham. 
Insomma che dire, i nerazzurri sono una compagine molto combattiva che necessita della battaglia per accendersi. Ha difficoltà a impostare e ciò gli crea parecchi problemi con avversarie che l'aspettano più dietro (vedasi il Parma). Le due vittorie arrivate alla fine contro inglesi e blucerchiati non sono una casualità, questa squadra non molla mai e, quando la sfida si accende, non si tira certo indietro.

Ora passiamo all'altra milanese: il Milan, che è ancora in attesa di recuperare il match col Genoa della prima giornata, perciò il giudizio è rimandato. La sconfitta col Napoli ci può stare, la vittoria con la Roma è un segnale, non illusorio, del valore della squadra. Il pareggio con Cagliari e Atalanta sono invece la perfetta fotografia dei rossoneri. Il potenziale è ampio, Higuain è il prototipo di centravanti che mancava, ma è necessario mantenere il livello di concentrazione alto per tutta la partita.

Infine parliamo della big più in difficoltà della Serie A: la Roma.
Dopo aver vinto contro il Torino in trasferta, i giallorossi sono piombati in una crisi tremenda e hanno collezionato in serie: il pareggio interno contro l'Atalanta, la sconfitta di San Siro con il Milan, il pari casalingo con il Chievo e l'incredibile batosta di Bologna. Il tutto intermezzato dal secco 3-0 al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid. A prima vista questa partenza della Roma è abbastanza inspiegabile. E' senz'altro vero che il calciomercato ha derubato la Roma di Allison e Strootman, ma aal'ombra del Colosseo sono giunti Olsen , buon portiere, e, soprattutto, Nzonzi, Pastore e Cristante. Si parla di un campione del Mondo, un talento con grande esperienza internazionale e uno dei giovani più promettenti del calcio italiano. Insomma la situazione negativa pare davvero inspiegabile, il tutto fa ancora più risalto se si pensa che, solo 5 mesi fa, questa squadra si giocava la semifinale di Champions League contro il Liverpool. Insomma squadra in ritiro e Di Francesco appeso a un filo molto sottile. Che il tecnico abruzzese abbia perso lo spogliatoio? Il problema è risolvibile senza cambi di guida? Ai posteri l'ardua sentenza. Solo una cosa è certa: la rosa della Roma avrebbe tutte le carte in regola per essere l'antiJuve e il tempo per riprendersi di sicuro non manca.
Per farsi coraggio i giallorossi dovrebbero rivedere l'inizio di stagione della Juve nel 2015/2016.
Tutti ricorderanno come finì...
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giovedì 20 settembre 2018

Nella notte della prima espulsione di Ronaldo la Juve sbanca Valencia

SENZA PER FORZA PARLARE DEGLI EPISODI ARBITRALI, sui quali gente più competente di noi spenderà sicuramente sufficienti parole, una sola considerazione sulla vittoria della Juventus. A furia di predicare di tecnica, pare che Allegri abbia effettivamente raggiunto un upgrade del concetto di squadra che è sempre stata la sua Juve. Oltre all'estrema sensibilità con cui la squadra reagisce ai momenti della partita, questa sera la vittoria è stata determinata dall'intensità che i 10 bianconeri rimasti in campo hanno saputo dare nella frazione centrale del match, quella che l'ha deciso. Non è un caso che il Valencia abbia rialzato la testa, rendendosi pericoloso proprio quando ha inserito giocatori intensi come Gameiro e Cheryshev nella mischia, approfittando anche del fisiologico calo fisico - e quindi dell'intensità - della Juve.
È stata una partita decisa dai duelli vinti, quelli di Matuidi, Can, Mandzukic, Sandro, Cancelo e, ultimo ma non meno importante, Chiellini. Non sottovalutiamo, però, il peso della tecnica in questi duelli vinti. Giocatori che normalmente non eccellono nel tocco di palla come altri loro compagni (pensiamo soprattutto ai due mediani e Cancelo), si fanno continuamente apprezzare anche per gesti tecnici. Se vogliamo, anche la titolarità di Bernardeschi, tecnicamente comunque validissimo, a scapito di Dybala, si inserisce in quest'ottica. Il dato è che però tutti questi giocatori sembrano aver effettivamente migliorato il loro tasso tecnico. Per come muta continuamente il suo schieramento, la Juve sembra una squadra che gioca molto in allenamento. La grande intensità che vediamo in campo è figlia di quella in allenamento, ed è in un certo senso confortante constatare come questa possa essere la causa di tanti miglioramenti tecnici dei calciatori. In un contesto di grande personalità, provare e riprovare ad alzare la velocità del proprio gioco nel tempo porta a un affinamento delle capacità tecniche, inizialmente penalizzate dal cambio di ritmo.
Certo, forse queste sono tutte supposizioni errate. I concetti espressi nella chiusura del post sono presupposti fondamentali del mio modo di vedere il calcio come allenatore, e naturalmente cerco di portare acqua al mio mulino.
Però in giro per il calcio dei grandi gli indizi cominciano a essere tanti...

mercoledì 19 settembre 2018

Champions League: Pazza Inter, Napoli scarico

Il primo Martedì di Champions League non ha regalato sconti e rischia già di essere ricordato come quello decisivo. Inevitabile partire dallo scialbo pareggio del Napoli in terra serba. Il fatto che la Stella Rossa avesse impoverito il livello tecnico della competizione con la propria qualificazione era già stato sottolineato al termine della nostra cavalcata dei preliminari estivi. Del resto, il tecnico Milojevic non è uno sprovveduto ed è sempre stato consapevole di non avere un gruppo adatto a sostenere questa competizione, nonostante gli arrivi di Marko Marin e Richmond Boakye al fotofinish. L’unico modo per la formazione serba di uscire vivi da un girone così competitivo era proprio quello di puntare sulle principali armi a disposizione: fisicità e grande senso d’appartenenza. Detto questo, la muraglia serba non doveva comunque rappresentare un ostacolo insormontabile per la formazione partenopea. Una manovra veloce, diretta e incisiva negli ultimi trenta metri avrebbe permesso, prima o poi, di trovare una falla nella densità apportata dai padroni di casa. Il punto è proprio questo: il Napoli ha giocato sotto ritmo dall’inizio alla fine. Nonostante la squadra di Ancelotti abbia ampiamente dominato il possesso e abbia creato alcune occasioni pericolose (sebbene Borjan, portiere dei padroni di casa, non abbia dovuto sporcarsi troppo le mani), difficilmente si è riusciti a trovare una velocità di gioco tale da trovare impreparata la linea difensiva avversaria. In un contesto così arroccato, è mancata soprattutto la ricerca dei mezzi spazi: se l’area di rigore risultava fin troppo affollata per il povero Milik, anche grazie all’ottima prestazione del 24enne centrale australiano Degenek, di cui ignoro completamente il motivo per cui si trovi ancora in Serbia, lo spazio alle spalle dei centrocampisti serbi era quello decisivo nel perseguimento del successo. L’unico ad aver occupato discretamente lo spazio tra la linee si è rivelato Insigne: proprio da una situazione di questo tipo è nata la chance migliore della gara, in occasione della traversa dello stesso Lorenzinho. Peccato, perché in questo senso sia Fabian Ruiz sia Zielinski avrebbero potuto fare molto meglio. Ancelotti non è affatto uno stolto e sicuramente da tempo è al lavoro per arrivare a una pulizia di manovra che risulti essere implacabile nei confronti di avversari di questo tipo: la questione è che, in un girone così complicato, perdere due punti contro il contendente più morbido potrebbe rivelarsi sanguinoso ai fini della qualificazione alla prossima fase.
Continuiamo con il nostro percorso con il pazzo aperitivo milanese. L’Inter ha reagito alle proprie difficoltà con cinque minuti di grande determinazione. Ciononostante, la squadra di Spalletti ha ancora grandi problemi in termini di produzione offensiva. L’attacco dell’area di rigore avversaria risulta essere ancora molto debole, un po’ in continuità con quanto visto nella scorsa stagione. Nonostante l’arrivo di un elemento come Nainggolan, potenzialmente devastante nei mezzi spazi, la formazione nerazzurra fatica tantissimo a sviluppare qualcosa di produttivo nella porzione centrale del campo. Ecco dunque che la produzione offensiva si ritrova a essere vincolata dai piedi di due elementi: Politano sul lato destro del campo e Asamoah dalla parte opposta. È chiaro che entrambi fanno quello che possono nel limite delle proprie capacità e, quando effettivamente riescono a produrre qualcosa di interessante, l’area di rigore avversaria si ritrova spesso spoglia d’opportunità: con Icardi spesso braccato dai due centrali avversari, l’unica alternativa rimane la ricerca della profondità di Perisic. Difficilmente Brozovic, Vecino o lo stesso trequartista belga si propongono in inserimento frontale. Paradossalmente, a questa squadra sarebbe utilissimo un giocatore come Parolo, che certo non rappresenta l’oggetto dei sogni notturni di nessuno ma inevitabilmente è molto bravo in questo tipo di situazioni. Diciamoci la verità, l’Inter ha giocato una partita piuttosto scialba. Prima del folle finale di gara, i guantoni del portiere olandese Vorm erano rimasti pressoché immacolati. Detto questo, bisogna anche registrare una certa crescita negli equilibri del reparto difensivo, reparto in cui gli acquisti sono stati maggiormente indovinati. Skriniar ha dimostrato di poter occupare efficacemente la posizione di terzino in situazione d’emergenza, nonostante la notevole differenza strutturale nei confronti di avversari come Lucas Moura. Asamoah si è rivelato l’uomo in più a tutti gli effetti: oltre alla costante sicurezza in fase difensiva, a sorprendere è stata soprattutto la sua precisione in proiezione offensiva. Se l’Inter oggi può guardare con fiducia al proprio futuro europeo, ciò è dovuto anche all’intelligenza e alla qualità del laterale ghanese in occasione della meravigliosa volée di Icardi. Tutti abbiamo negli occhi gli impietosi cross del povero Biraghi nel finale di gara di Italia-Polonia: questo perché la grande maggioranza dei terzini non è particolarmente lucida quando arriva sul fondo del campo. Asamoah lo è stato, ringraziamo Asamoah, impariamo da Asamoah. Nonostante le difficoltà, l’Inter ritrova una componente molto importante in un contesto europeo: la risolutezza al di là delle criticità. La consapevolezza di poter arrivare sempre e comunque al risultato si rivelerà molto utile alla squadra di Spalletti in questa stagione, in virtù soprattutto del fatto che difficilmente si potrà arrivare a una fluidità di manovra degna di nota. Due fattori giocano a grande favore dei nerazzurri: la netta vittoria del Barcellona sul PSV (4-0 con tripletta di Messi) e il calendario, che metterà di fronte proprio la formazione olandese nel prossimo turno. Un eventuale successo nella trasferta di Eindhoven renderebbe le prospettive europee particolarmente interessanti, soprattutto nel caso in cui i blaugrana dovessero fare il proprio dovere a Wembley contro il Tottenham.
Liverpool-PSG è stato un piacere per gli occhi degli appassionati. L’intensità contro la superbia. Mi risulta difficile comprendere il motivo per cui una formazione come quella parigina si ritrovi effettivamente senza alcun vero regista di primo livello. Il ritiro di Thiago Motta e l’incomprensibile cessione di Lo Celso hanno lasciato un buco clamoroso in quella posizione, tanto che, in assenza dello squalificato Verratti, che comunque ha già dimostrato di non essere sufficientemente disciplinato per occupare quel compito, si è dovuto ricorrere all’adattamento di Marquinhos. A maggior ragione contro un avversario che non lascia respiro in fase di costruzione, diventa fondamentale produrre un primo possesso veloce e convincente, come sporadicamente accaduto nella partita di Anfield. Detto questo, dopo un’abbondante mezzora di apnea, il PSG è riuscito più volte a sviluppare una manovra talmente verticale da lacerare il campo. Quando i tre davanti, fenomenali nella loro intercambiabilità e nella loro determinazione, riescono a combinare e contemporaneamente portare il pallone verso la porta avversaria, non c’è gegenpressing che tenga. In ogni caso, bisognerebbe tirare ancora una volta le orecchie a Mbappe, colpevole della sanguinosa palla persa che, in pieno recupero, ha permesso a Firmino di trovare il colpo da biliardo decisivo. Quando un ragazzo di appena vent’anni si ritrova già a essere Campione del Mondo (da protagonista), teoricamente ci sarebbe poco da insegnare. Eppure, con la concentrazione e l’attitudine al sacrificio del collega Cavani, potrebbe collocarsi davvero davanti a tutti. Dopo aver imparato a trattare il pallone da Neymar, adesso servirebbe spostare la propria attenzione verso l’attaccante uruguagio per arrivare a un ulteriore upgrade. Postilla finale per Sturridge, apparso veramente in forma nel suo ritorno da titolare con la maglia del Liverpool, a distanza di sei anni dall’ultima volta: una carriera martoriata dagli infortuni, davvero felici di rivederlo competitivo ad alti livelli.
Storie ed epiloghi simili, con le dovute proporzione, per Club Brugge e AS Monaco, sconfitti di misura rispettivamente da BVB e Atletico Madrid. Le due formazioni hanno coraggiosamente deciso di affrontare la principale competizione europea con un gruppo molto giovane: e se quella dei belgi è più che altro una necessità, quella dei monegaschi è un’assoluta volontà, date le ingenti disponibilità economiche. Nell’undici monegasco, allenato dall’ottimo Leonardo Jardim, scendevano in campo elementi come Benjamin Henrichs, 21enne terzino destro arrivato dal Bayer Leverkusen, Jean Aholou, mediano di 24 anni all’esordio nella competizione, o Kevin N’Doram, 22enne centrocampista cresciuto nel vivaio monegasco e appena promosso dalla formazione riserve. Nella sfida all’Atletico Madrid, il parziale vantaggio è stato siglato da Samuel Grandsir, esterno offensivo di 22 anni, arrivato in estate dal Troyes. Allo stesso modo, nella ripresa sono entrati i giovanissimi Sylla (centravanti classe 1999), Adama Traoré (centrocampista classe 1995) e Jordi Mboula, potenziale crack del calcio europeo, acquistato dal Barcellona per 3 milioni di euro nonostante la giovanissima età (classe 1999). Poco importa se il confronto con il Cholismo è stato perduto: con queste prospettive, il percorso è ancora lungo e affascinante. Ugualmente, il Club Brugge ha dato tutto in un confronto assai complicato contro i ragazzi terribili del BVB, altro club che ha gettato il guanto di sfida alla carta d’identità (basti pensare che, sull’esterno sinistro, giocava il 18enne Sancho, senza contare le presenze di Pulisic in trequarti e Diallo al centro della difesa). La formazione belga ha sorpreso per concretezza e idee di gioco, capitolando solamente a causa di uno sfortunato rimpallo nel finale di gara, dopo aver sfiorato più volte il gol del vantaggio. Il tecnico croato Leko ha saputo costruire un’identità battagliera e competitiva, nonostante una rosa d’ampio azzardo. Il talento comunque non manca. Wesley, centravanti brasiliano di 21 anni, che abbiamo imparato a conoscere nei suoi trascorsi con la maglia dell’AS Trencin, è destinato a una carriera d’alto livello: fosse in grado di abbinare concretezza sotto porta alla prorompente fisicità, il suo valore di mercato s’alzerebbe in modo esponenziale. Arnaut Groeneveld, esterno d’attacco nigeriano, classe 1997, ha avuto un impatto pazzesco nella Jupiler Pro League, dopo essere stato acquistato dal NEC Nijmegen. Infine, sentiremo parlare di Thibault Vlientinck, altro prodotto del sistema di formazione giovanile belga: alla soglia dei 21 anni, l’esterno destro è alla prima, vera stagione da protagonista con la maglia nerazzurra.
Infine, chiudiamo con gli ultimi due confronti della serata. Schalke 04 e Porto s’annullano nella serata di Gelsenkirchen (1-1): respira il nostro connazionale Tedesco che, dopo la sfavillante scorsa stagione sulla panchina del club tedesco, non ha iniziato la nuova annata nei migliori dei modi (zero punti nelle prime tre giornate di Bundesliga). A dir la verità, anche in questo caso si è andati vicini al patatrac, soprattutto a causa della disastrosa prestazione del centrale difensivo Naldo, autore di ben due falli da rigore nella stessa serata (di cui uno fallito dall’ex interista Alex Telles). Dall’altra parte, il Galatasaray dell’intramontabile Terim si ritaglia un ruolo da protagonista nel girone più abbordabile della competizione, completato dalle due formazioni precedentemente citate. Il secco tre a zero sulla malcapitata Lokomotiv Mosca è un’autentica iniezione di fiducia verso un gruppo che aveva ricevuto qualche critica nel corso dell’estate, soprattutto a causa di un’apparente mediocre sessione di mercato. In realtà, l’undici proposto dal tecnico turco vede alcune interessanti individualità, perlomeno in grado di reggere il livello del girone in questione. Degni di nota, in particolar modo, si rivelano essere due nuovi acquisti: il 21enne nigeriano Onyekuru, autentico crack della corsia di sinistra con la propria velocità, arrivato in prestito dall’Everton (che ha rifiutato una cospicua proposta d’acquisto dallo stesso club turco, segno di come questo ragazzo sia destinato a un prossimo futuro in Premier League) e il trequartista Akbaba, particolarmente apprezzato nei suoi inserimenti in area di rigore. Pur essendo nato in Francia, deve la propria formazione calcistica al movimento turco e, dopo anni di militanza presso Alanyaspor, ha subito un’autentica crescita esponenziale nel corso dell’ultima stagione. Classe 1992, ha già realizzato due reti in Super Lig con il nuovo club e, soprattutto, due reti con la maglia della Turchia nelle recente vittoria in Nations League sul campo della Svezia, entrambe nel finale di gara.