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Juventus, CR7 prove di addio: Storia di un'amore mai decollato

 Rispetto, passione e voglia di vincere . Tre pensieri che accomunavano la Juventus e Cristiano Ronaldo tre anni orsono e che sono stati f...

giovedì 4 ottobre 2018

Napoli strepitoso, 0 tiri in porta per il Liverpool

Serviva forse una partita spartiacque per certificare l'evoluzione del Napoli con Carlo Ancelotti. Anche se fosse finita con un pareggio, per quanto deludente potesse risultare, è questa la partita di cui sopra.
Le asimmetrie sono la chiave del cambiamento di questa squadra. Uno schieramento estremamente liquido, che ha saputo sempre, se non disinnescare, quantomeno rallentare la costruzione bassa del Liverpool. La posizione di Fabian Ruiz è stata la chiave. Lo spagnolo, nominalmente esterno di fascia sinistra, ha spesso preso una posizione da mezzala, alzandosi ed accentrandosi vicino a Milik. Il cuneo creato col polacco e con Insigne indirizzava fortemente il gioco del Liverpool, isolando un lato dall'altro ed impedendo ai Reds di muovere la palla sui grandi spazi. Una volta chiuso il possesso dall'una o dall'altra parte, le strategie di recupero erano differenti. Sulla propria corsia di sinistra il Napoli ingabbiava rapidamente i Reds, chiudendo gli spazi verso la linea laterale. La poca proprietà di palleggio di Gomez e Alexander-Arnold, nonché l'efficace lavoro su Salah - sempre costretto spalle alla porta - ha chiuso la porta. A destra l'atteggiamento prudente del terzino/centrale Maksimovic ha creato un imbuto dove il gioco del Liverpool veniva incanalato. Ad attendere in fondo al tunnel però c'era un tentacolare Allan, (5/7 contrasti vincenti, migliore dei suoi), che ha ringhiato sulla soglia di quel passaggio finché non ha dovuto arretrare per far da stampella ad Hamsik. Lo spettacolare lavoro di pressing ha impedito al Liverpool di allungare il campo, costringendolo per lunghi, psicologicamente frustranti, tratti nella propria metà difensiva.
Il Napoli ha superato l'asfittica necessità di cercare trame di gioco poligonali, non esagera più con il "gioca a chi vedi" quando parte dal portiere, non ha paura di giocare sul campo grande e non sovraccarica più la fascia sinistra. L'exploit di Insigne in questo inizio di stagione è tremendamente incoraggiante. Finalmente vediamo l'attaccante napoletano in un contesto che ne esalti le qualità e gli permetta di essere sempre utile alla squadra con le sue caratteristiche. Troppo spesso infatti (e sempre, in Nazionale) Insigne aveva dato l'impressione dello studente poco diligente quando chiamato a partecipare a cerebrali manovre posizionali, di fatto mancando sempre quel salto di qualità che solo la consapevolezza del proprio ruolo in campo e delle proprie qualità può dare. Sono proprio cambiate le sue ricezioni: più spesso trovato con del campo alle spalle della difesa, più spesso trovato in corsa.
Questo perché il Napoli, dicevamo, non ha più paura di giocare in un campo grande. Quando la partita lo richiede sa muovere palla per la via più veloce - quella aerea - e su lunghe distanze, concedendo più ritmo e respiro all'attacco e meno tempo alla difesa avversaria di togliere la profondità. Chiaro che contro una squadra atleticamente importantissima come il Liverpool può succedere di calare da questo punto di vista, ma qui la superiore capacità di lettura di Ancelotti viene in soccorso degli Azzurri. Forze fresche e velocità in attacco con Mertens e Verdi (del quale però non possiamo fare a meno di notificare ancora una certa inadeguatezza tecnica per certi ritmi) sia per rinvigorire con la corsa quel pressing tatticamente perfetto, ma probante, sia per poter avere maggior imprevedibilità in una fase di partita che fisiologicamente avrebbe dovuto vedere il Napoli agire di rimessa. Quando Hamsik, autore di una prova convincente, ha pagato dazio, dentro Zielinski e con lui rinnovata verticalità alla manovra. Il gol vittoria non è casuale, non solo perché arriva dopo una pletora di altre occasioni, ma anche perché rappresenta il preciso punto di arrivo di un piano gara in cui ogni dettaglio è stato studiato con rara intelligenza dal mister ed eseguito con abnegazione dalla squadra. Il Napoli è sicuramente una squadra forte nei singoli, ma probabilmente meno forte di altre. Si è detto spesso della precedente gestione che il dogmatismo era necessario, che il Napoli solo con il suo gioco così cesellato poteva competere con realtà più attrezzate. Personalmente ho sempre, articolatamente, sostenuto che proprio l'integralismo fosse il principale limite del Napoli. Non solo per la mancanza di alternative tattiche, ma anche per la mancanza di fiducia nei giocatori che presuppone. Maggiore spazio decisionale per i calciatori significa maggiore spazio di crescita. In un contesto in cui le idee dell'allenatore godono dell'infallibilità papale, quando sbaglio significa che è colpa mia, sono io ad essere scarso: si perde autostima. In un contesto invece in cui l'errore è accettato come opportunità di reagire e trovare nuove soluzioni, allora posso capirlo ed imparare qualcosa.
Dopo davvero molto tempo Ancelotti si ritrova una squadra da far crescere, più che da assemblare. Io credo che si percepisca nel suo atteggiamento quel rinnovato entusiasmo per il lavoro, che solo il toccare con mano i miglioramenti dei propri ragazzi può dare.
Se non puoi competere sul mercato, forse la vera strada è quella dell'imperfezione, dell'asimmetria, della pazienza e, alla fine, della crescita.

lunedì 1 ottobre 2018

La Juventus ha dei punti deboli?

Dopo la convincente vittoria contro la diretta concorrente Napoli, la Juventus sembra aver  davanti a se  la strada spianata per andarsi a prendere l'ottavo scudetto consecutivo.
Il vero punto debole della squadra di Torino è proprio la Juve.
Il Napoli è una grande squadra, ben messa in campo e dura a morire. Lo dimostra la clamorosa occasione mancata da Callejon, qualche minuto dopo l'espulsione per doppia ammonizione di Mario Rui. Quello che è mancato ai partenopei, come ha affermato correttamente Adani, è l'apporto degli interpreti offensivi, la personalità e la responsabilità di prendersi in carico la squadra. Insigne, Callejon e Mertens non sono Ronaldo, ma attaccare una Juventus poco precisa negli appoggi e nei disimpegni era fondamentale. Qua, in una partita aperta, si è giocato il mismatch dell'incontro. Allegri sa di avere gli interpreti per ribaltare la partita, sa che i campioni fanno la differenza e per ora va bene così. E' da 4 anni però che il tecnico livornese batte sul tasto della concentrazione, dell'essere all'interno del match per 90 minuti. Ciò è l'obiettivo finale, finora raggiunto a sprazzi, aldilà della vittoria. Il Napoli può quindi recriminare per quei primi venti minuti di superiorità, ma resta la rivale più credibile per tenere aperto un campionato, che vede già la seconda in classifica a -6.
Allan migliore in campo per il Napoli, Ronaldo per i bianconeri.
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sabato 29 settembre 2018

Serie a = Sabato da brividi

Per gli amanti del pallone questo sabato non è come tutti gli altri, si inizia alle ore 15 col derby capitolino tra Roma e Lazio, per poi alle 18 spostarsi allo Stadium di Torino per il match tra Juventus e Napoli, insomma ci attende un grande pomeriggio di calcio con 2 super sfide che potranno già fornire risposte importanti.

Roma - Lazio: Il derby della capitale giunge in un momento molto particolare per entrambe le squadre. I biancocelesti si presentano con 12 punti in 6 giornate, dati da 4 vittorie e 2 sconfitte, ma le 2 partite perse sono state contro Napoli prima, e Juve dopo. nonostante l'inizio di campionato tragico, la Lazio ha poi sconfitto Frosinone, Empoli, Genoa e Udinese.
La situazione dei giallorossi invece è molto differente. La squadra di Di Francesco arriva a questo match dopo la vittoria interna per 4-0 contro il Frosinone, ma prima di questi facili 3 punti, ha mostrato grandi difficoltà pareggiando all'Olimpico, con Atalanta e Chievo e perdendo a San Siro contro il Milan e a Bologna. Si parlava di una squadra incapace di reagire, di giocatori senza il giusto piglio. A Di Francesco, servono ulteriori risposte e non vi è sfida migliore che quella contro una Lazio lanciata .

Juventus - Napoli: Dire che questo è il big match della giornata è abbastanza scontato. Parliamo della gara tra la prima e la seconda della classe. La squadra bianconera arriva a questa fondamentale sfida dopo un en plain di successi. Se mettiamo assieme campionato e Champions League hanno conquistato 7 vittorie su 7.
Qualora dovesse vincere anche contro i principali rivali, questa sensazione che aleggia sulle altre squadre diverrebbe ancora più importante e difficile da levare. Dall'altra parte, il Napoli ha bisogno di espugnare l'Allianz Stadium, e l'anno scorso ci è riuscito per la prima volta.
Ricorderete come nello scorso Aprile un colpo di testa di Koulibaly fece si che la formazione campana espugnasse per la prima volta l'impianto torinese.
La nuova squadra targata Ancelotti ha ancora molti paradigmi del calcio di Sarri, ma ha aggiunto una dose sostanziosa di praticità. Insomma è una formazione più consapevole dei propri mezzi. 
Certo la sfida di Torino non è assolutamente decisiva ai fini dello scudetto, d'altronde non lo fu a poche giornate della fine dello scorso anno, non vedo come lo possa essere a fine settembre. Nessuna delle due squadre in caso di sconfitta dovranno ridimensionare i propri obiettivi.
Ciò detto, ci sarà sicuramente tanto divertimento.
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venerdì 28 settembre 2018

Dove deve migliorare il Milan?

Dopo il pareggio (immeritato, ma pur sempre pareggio) di ieri sera, molti tifosi cominciano a mormorare e lamentarsi a causa dei parecchi punti persi per strada fino ad ora.
Se andiamo a vedere però ogni partita singolarmente, possiamo tranquillamente affermare che i rossoneri sono una squadra a larghi tratti bella da vedere giocare, il livello tecnico e di palleggio medio è pregevole, anche se nessuno sia un top player, tranne Higuain.
Suso e Bonaventura sono giocatori di tecnica e di talento, ma non calciatori di livello europeo, più per struttura fisica che per altro: e per quanto siano degli ottimi giocatori, non sono dei fuoriclasse assoluti.
Calhanoglu e Kessie, che avrebbero invece tutto per essere dei top europei, sono ancora troppo discontinui, ma possono arrivarci.
Per quanto riguarda la fase difensiva Romagnoli e Musacchio sono una buona coppia, ma non necessariamente sempre concentrati, cosi come Calabria che deve ancora crescere molto, e non ha il fisico per scalare in area con successo. Dall'altra parte invece Rodriguez va spesso a ruota e non è supportato mai da una mezzala difensivamente ordinata dal suo lato.
Donnarumma è un portiere con dei riflessi e una capacità di scendere giù fuori dal normale, ma deve lavorare tanto specialmente con i piedi.
I cambi possono garantire un rendimento di livello alla squadra a cui manca solamente la determinazione e la mentalità che ti fa portare a casa i risultati.
La favola del "giocar male e vincere" con cui si riempie la bocca da sempre la maggior parte della popolazione calcistica italiana rimane per me la favola che piace raccontarsi.
Giocare bene è certamente una maggiore garanzia di successo (lo rende più probabile), ma allo stesso tempo giocare bene è anche saper difendere, che è meno spettacolare, e saper reggere come squadra, e portare a casa il risultato.
Basti pensare per avere la conferma, che la Juventus quando è andata in vantaggio nel 2018 ha perso poco più del 5% dei punti disponibili. Il Milan in questo dato è la peggiore squadra.
Si tratta solo di crescere ed avere pazienza, è più facile smettere di fare errori e di cercarsi la sfortuna che dare un gioco ad una squadra.
Per questo motivo il Milan è ampiamente in lotta con le 3 rivali per i posti dal 3 al 6 esattamente come lo scorso anno.
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martedì 25 settembre 2018

La Juve vola, Il Napoli insegue, Inter, Milan e Lazio si inseriscono in extremis mentre la Roma è nell'inferno

Passato il primo mese di serie A è giusto tirare le prime somme, se si volesse fare un riassunto breve si potrebbe dire tranquillamente che la Juventus domina, mentre il Napoli insegue dietro di mezza ruota. Poi ci sono i veementi ritorni di Lazio, Inter e Milan che provano ad aggiungersi in extremis al duo di testa, mentre la Roma è in crisi nera e Di Francesco pare dopo poche giornate già appeso a un filo molto sottile.

Insomma siamo solamente a fine Settembre, ma il campionato vive già una fase calda con il turno infrasettimanale alle porte che fa da antipasto a un fine settimana piuttosto succulente con il piatto del dessert che ci offre Roma - Lazio e Juventus-Napoli.

Detto questo, è utile concentrarsi sui vari spunto che queste prime 5 giornate di campionato ci hanno lasciato.

La Juve sta proseguendo con molta calma sulla falsariga dello scorso campionato, la Vecchia signora è l'unica squadra ad aver calato il pokerissimo con 5 vittorie su 5 e dunque è anche l'unica squadra a punteggio pieno. Basta andare a vedere i primi quattro incontri per notare che la Juventus non ha avuto dei match particolarmente preoccupanti, ma come sappiamo bene ogni partita nasconde le proprie insidie. A eccezione della prima partita contro il Chievo i Campioni d'Italia non sono mai andati in grande difficoltà contro Lazio, Parma, Sassuolo e Frosinone. Non si può dire nulla diverso della Champions, la Juve ha meritatamente portato a casa i tre punti a Valencia.
Dunque un ottimo inizio di stagione che lascia un solo dubbio: Quante giornate dovrà saltare Ronaldo in Champions League?

Il Napoli segue la squadra torinese con 3 punti di distacco, ed è fino ad ora la squadra che ha dimostrato ripetutamente di poter essere l'antiJuve. Se escludiamo il passaggio a vuoto contro la Samp la squadra di Ancelotti ha sempre vinto. In questo caso però bisogna andare a vedere le squadre che Insigne e compagni hanno affrontato e battuto: Lazio, Milan, Fiorentina e Torino. Insomma vittorie di un certo spessore, in un inizio di campionato che poteva nascondere qualche insidia di troppo. C'è da dire però che i partenopei non hanno mai convinto del tutto, perchè hanno trionfato in rimonta sia contro i biancocelesti che con i rossoneri e in più in Champions hanno pareggiato in casa della Stella Rossa. Ciò ammesso, la compagine del presidente De Laurentis viaggia spedita è ha le carte in regola per mettere i bastoni tra le ruote ai bianconeri.

Dopo un avvio di stagione da paura, con le 2 sconfitte contro Napoli e Juve, la Lazio si è ripresa molto bene è ha superato Frosinone, Empoli e Genoa ripresentandosi con prepotenza nelle parti di classifica che contano di più. D'altra parte il calendario delle prime due partite era stato poco clemente nei confronti di Immobile e compagni, ma Inzaghi è stato bravo a riprendere saldamente il comando della squadra e a riportarla dove merita.

Proseguendo in ordine di classifica troviamo l'Inter a 7 punti. I nerazzurri stanno correndo a corrente alternata, hanno perso contro il Sassuolo, hanno pareggiato in casa col Toro per poi vincere a Bologna. Dopo la sosta, hanno perso a San Siro con il Parma e vinto all'ultimo respiro su un campo complicato come Marassi. Il tutto va analizzato insieme al successo pazzesco ottenuto in Champions contro il Tottenham. 
Insomma che dire, i nerazzurri sono una compagine molto combattiva che necessita della battaglia per accendersi. Ha difficoltà a impostare e ciò gli crea parecchi problemi con avversarie che l'aspettano più dietro (vedasi il Parma). Le due vittorie arrivate alla fine contro inglesi e blucerchiati non sono una casualità, questa squadra non molla mai e, quando la sfida si accende, non si tira certo indietro.

Ora passiamo all'altra milanese: il Milan, che è ancora in attesa di recuperare il match col Genoa della prima giornata, perciò il giudizio è rimandato. La sconfitta col Napoli ci può stare, la vittoria con la Roma è un segnale, non illusorio, del valore della squadra. Il pareggio con Cagliari e Atalanta sono invece la perfetta fotografia dei rossoneri. Il potenziale è ampio, Higuain è il prototipo di centravanti che mancava, ma è necessario mantenere il livello di concentrazione alto per tutta la partita.

Infine parliamo della big più in difficoltà della Serie A: la Roma.
Dopo aver vinto contro il Torino in trasferta, i giallorossi sono piombati in una crisi tremenda e hanno collezionato in serie: il pareggio interno contro l'Atalanta, la sconfitta di San Siro con il Milan, il pari casalingo con il Chievo e l'incredibile batosta di Bologna. Il tutto intermezzato dal secco 3-0 al Santiago Bernabeu contro il Real Madrid. A prima vista questa partenza della Roma è abbastanza inspiegabile. E' senz'altro vero che il calciomercato ha derubato la Roma di Allison e Strootman, ma aal'ombra del Colosseo sono giunti Olsen , buon portiere, e, soprattutto, Nzonzi, Pastore e Cristante. Si parla di un campione del Mondo, un talento con grande esperienza internazionale e uno dei giovani più promettenti del calcio italiano. Insomma la situazione negativa pare davvero inspiegabile, il tutto fa ancora più risalto se si pensa che, solo 5 mesi fa, questa squadra si giocava la semifinale di Champions League contro il Liverpool. Insomma squadra in ritiro e Di Francesco appeso a un filo molto sottile. Che il tecnico abruzzese abbia perso lo spogliatoio? Il problema è risolvibile senza cambi di guida? Ai posteri l'ardua sentenza. Solo una cosa è certa: la rosa della Roma avrebbe tutte le carte in regola per essere l'antiJuve e il tempo per riprendersi di sicuro non manca.
Per farsi coraggio i giallorossi dovrebbero rivedere l'inizio di stagione della Juve nel 2015/2016.
Tutti ricorderanno come finì...
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giovedì 20 settembre 2018

Nella notte della prima espulsione di Ronaldo la Juve sbanca Valencia

SENZA PER FORZA PARLARE DEGLI EPISODI ARBITRALI, sui quali gente più competente di noi spenderà sicuramente sufficienti parole, una sola considerazione sulla vittoria della Juventus. A furia di predicare di tecnica, pare che Allegri abbia effettivamente raggiunto un upgrade del concetto di squadra che è sempre stata la sua Juve. Oltre all'estrema sensibilità con cui la squadra reagisce ai momenti della partita, questa sera la vittoria è stata determinata dall'intensità che i 10 bianconeri rimasti in campo hanno saputo dare nella frazione centrale del match, quella che l'ha deciso. Non è un caso che il Valencia abbia rialzato la testa, rendendosi pericoloso proprio quando ha inserito giocatori intensi come Gameiro e Cheryshev nella mischia, approfittando anche del fisiologico calo fisico - e quindi dell'intensità - della Juve.
È stata una partita decisa dai duelli vinti, quelli di Matuidi, Can, Mandzukic, Sandro, Cancelo e, ultimo ma non meno importante, Chiellini. Non sottovalutiamo, però, il peso della tecnica in questi duelli vinti. Giocatori che normalmente non eccellono nel tocco di palla come altri loro compagni (pensiamo soprattutto ai due mediani e Cancelo), si fanno continuamente apprezzare anche per gesti tecnici. Se vogliamo, anche la titolarità di Bernardeschi, tecnicamente comunque validissimo, a scapito di Dybala, si inserisce in quest'ottica. Il dato è che però tutti questi giocatori sembrano aver effettivamente migliorato il loro tasso tecnico. Per come muta continuamente il suo schieramento, la Juve sembra una squadra che gioca molto in allenamento. La grande intensità che vediamo in campo è figlia di quella in allenamento, ed è in un certo senso confortante constatare come questa possa essere la causa di tanti miglioramenti tecnici dei calciatori. In un contesto di grande personalità, provare e riprovare ad alzare la velocità del proprio gioco nel tempo porta a un affinamento delle capacità tecniche, inizialmente penalizzate dal cambio di ritmo.
Certo, forse queste sono tutte supposizioni errate. I concetti espressi nella chiusura del post sono presupposti fondamentali del mio modo di vedere il calcio come allenatore, e naturalmente cerco di portare acqua al mio mulino.
Però in giro per il calcio dei grandi gli indizi cominciano a essere tanti...

mercoledì 19 settembre 2018

Champions League: Pazza Inter, Napoli scarico

Il primo Martedì di Champions League non ha regalato sconti e rischia già di essere ricordato come quello decisivo. Inevitabile partire dallo scialbo pareggio del Napoli in terra serba. Il fatto che la Stella Rossa avesse impoverito il livello tecnico della competizione con la propria qualificazione era già stato sottolineato al termine della nostra cavalcata dei preliminari estivi. Del resto, il tecnico Milojevic non è uno sprovveduto ed è sempre stato consapevole di non avere un gruppo adatto a sostenere questa competizione, nonostante gli arrivi di Marko Marin e Richmond Boakye al fotofinish. L’unico modo per la formazione serba di uscire vivi da un girone così competitivo era proprio quello di puntare sulle principali armi a disposizione: fisicità e grande senso d’appartenenza. Detto questo, la muraglia serba non doveva comunque rappresentare un ostacolo insormontabile per la formazione partenopea. Una manovra veloce, diretta e incisiva negli ultimi trenta metri avrebbe permesso, prima o poi, di trovare una falla nella densità apportata dai padroni di casa. Il punto è proprio questo: il Napoli ha giocato sotto ritmo dall’inizio alla fine. Nonostante la squadra di Ancelotti abbia ampiamente dominato il possesso e abbia creato alcune occasioni pericolose (sebbene Borjan, portiere dei padroni di casa, non abbia dovuto sporcarsi troppo le mani), difficilmente si è riusciti a trovare una velocità di gioco tale da trovare impreparata la linea difensiva avversaria. In un contesto così arroccato, è mancata soprattutto la ricerca dei mezzi spazi: se l’area di rigore risultava fin troppo affollata per il povero Milik, anche grazie all’ottima prestazione del 24enne centrale australiano Degenek, di cui ignoro completamente il motivo per cui si trovi ancora in Serbia, lo spazio alle spalle dei centrocampisti serbi era quello decisivo nel perseguimento del successo. L’unico ad aver occupato discretamente lo spazio tra la linee si è rivelato Insigne: proprio da una situazione di questo tipo è nata la chance migliore della gara, in occasione della traversa dello stesso Lorenzinho. Peccato, perché in questo senso sia Fabian Ruiz sia Zielinski avrebbero potuto fare molto meglio. Ancelotti non è affatto uno stolto e sicuramente da tempo è al lavoro per arrivare a una pulizia di manovra che risulti essere implacabile nei confronti di avversari di questo tipo: la questione è che, in un girone così complicato, perdere due punti contro il contendente più morbido potrebbe rivelarsi sanguinoso ai fini della qualificazione alla prossima fase.
Continuiamo con il nostro percorso con il pazzo aperitivo milanese. L’Inter ha reagito alle proprie difficoltà con cinque minuti di grande determinazione. Ciononostante, la squadra di Spalletti ha ancora grandi problemi in termini di produzione offensiva. L’attacco dell’area di rigore avversaria risulta essere ancora molto debole, un po’ in continuità con quanto visto nella scorsa stagione. Nonostante l’arrivo di un elemento come Nainggolan, potenzialmente devastante nei mezzi spazi, la formazione nerazzurra fatica tantissimo a sviluppare qualcosa di produttivo nella porzione centrale del campo. Ecco dunque che la produzione offensiva si ritrova a essere vincolata dai piedi di due elementi: Politano sul lato destro del campo e Asamoah dalla parte opposta. È chiaro che entrambi fanno quello che possono nel limite delle proprie capacità e, quando effettivamente riescono a produrre qualcosa di interessante, l’area di rigore avversaria si ritrova spesso spoglia d’opportunità: con Icardi spesso braccato dai due centrali avversari, l’unica alternativa rimane la ricerca della profondità di Perisic. Difficilmente Brozovic, Vecino o lo stesso trequartista belga si propongono in inserimento frontale. Paradossalmente, a questa squadra sarebbe utilissimo un giocatore come Parolo, che certo non rappresenta l’oggetto dei sogni notturni di nessuno ma inevitabilmente è molto bravo in questo tipo di situazioni. Diciamoci la verità, l’Inter ha giocato una partita piuttosto scialba. Prima del folle finale di gara, i guantoni del portiere olandese Vorm erano rimasti pressoché immacolati. Detto questo, bisogna anche registrare una certa crescita negli equilibri del reparto difensivo, reparto in cui gli acquisti sono stati maggiormente indovinati. Skriniar ha dimostrato di poter occupare efficacemente la posizione di terzino in situazione d’emergenza, nonostante la notevole differenza strutturale nei confronti di avversari come Lucas Moura. Asamoah si è rivelato l’uomo in più a tutti gli effetti: oltre alla costante sicurezza in fase difensiva, a sorprendere è stata soprattutto la sua precisione in proiezione offensiva. Se l’Inter oggi può guardare con fiducia al proprio futuro europeo, ciò è dovuto anche all’intelligenza e alla qualità del laterale ghanese in occasione della meravigliosa volée di Icardi. Tutti abbiamo negli occhi gli impietosi cross del povero Biraghi nel finale di gara di Italia-Polonia: questo perché la grande maggioranza dei terzini non è particolarmente lucida quando arriva sul fondo del campo. Asamoah lo è stato, ringraziamo Asamoah, impariamo da Asamoah. Nonostante le difficoltà, l’Inter ritrova una componente molto importante in un contesto europeo: la risolutezza al di là delle criticità. La consapevolezza di poter arrivare sempre e comunque al risultato si rivelerà molto utile alla squadra di Spalletti in questa stagione, in virtù soprattutto del fatto che difficilmente si potrà arrivare a una fluidità di manovra degna di nota. Due fattori giocano a grande favore dei nerazzurri: la netta vittoria del Barcellona sul PSV (4-0 con tripletta di Messi) e il calendario, che metterà di fronte proprio la formazione olandese nel prossimo turno. Un eventuale successo nella trasferta di Eindhoven renderebbe le prospettive europee particolarmente interessanti, soprattutto nel caso in cui i blaugrana dovessero fare il proprio dovere a Wembley contro il Tottenham.
Liverpool-PSG è stato un piacere per gli occhi degli appassionati. L’intensità contro la superbia. Mi risulta difficile comprendere il motivo per cui una formazione come quella parigina si ritrovi effettivamente senza alcun vero regista di primo livello. Il ritiro di Thiago Motta e l’incomprensibile cessione di Lo Celso hanno lasciato un buco clamoroso in quella posizione, tanto che, in assenza dello squalificato Verratti, che comunque ha già dimostrato di non essere sufficientemente disciplinato per occupare quel compito, si è dovuto ricorrere all’adattamento di Marquinhos. A maggior ragione contro un avversario che non lascia respiro in fase di costruzione, diventa fondamentale produrre un primo possesso veloce e convincente, come sporadicamente accaduto nella partita di Anfield. Detto questo, dopo un’abbondante mezzora di apnea, il PSG è riuscito più volte a sviluppare una manovra talmente verticale da lacerare il campo. Quando i tre davanti, fenomenali nella loro intercambiabilità e nella loro determinazione, riescono a combinare e contemporaneamente portare il pallone verso la porta avversaria, non c’è gegenpressing che tenga. In ogni caso, bisognerebbe tirare ancora una volta le orecchie a Mbappe, colpevole della sanguinosa palla persa che, in pieno recupero, ha permesso a Firmino di trovare il colpo da biliardo decisivo. Quando un ragazzo di appena vent’anni si ritrova già a essere Campione del Mondo (da protagonista), teoricamente ci sarebbe poco da insegnare. Eppure, con la concentrazione e l’attitudine al sacrificio del collega Cavani, potrebbe collocarsi davvero davanti a tutti. Dopo aver imparato a trattare il pallone da Neymar, adesso servirebbe spostare la propria attenzione verso l’attaccante uruguagio per arrivare a un ulteriore upgrade. Postilla finale per Sturridge, apparso veramente in forma nel suo ritorno da titolare con la maglia del Liverpool, a distanza di sei anni dall’ultima volta: una carriera martoriata dagli infortuni, davvero felici di rivederlo competitivo ad alti livelli.
Storie ed epiloghi simili, con le dovute proporzione, per Club Brugge e AS Monaco, sconfitti di misura rispettivamente da BVB e Atletico Madrid. Le due formazioni hanno coraggiosamente deciso di affrontare la principale competizione europea con un gruppo molto giovane: e se quella dei belgi è più che altro una necessità, quella dei monegaschi è un’assoluta volontà, date le ingenti disponibilità economiche. Nell’undici monegasco, allenato dall’ottimo Leonardo Jardim, scendevano in campo elementi come Benjamin Henrichs, 21enne terzino destro arrivato dal Bayer Leverkusen, Jean Aholou, mediano di 24 anni all’esordio nella competizione, o Kevin N’Doram, 22enne centrocampista cresciuto nel vivaio monegasco e appena promosso dalla formazione riserve. Nella sfida all’Atletico Madrid, il parziale vantaggio è stato siglato da Samuel Grandsir, esterno offensivo di 22 anni, arrivato in estate dal Troyes. Allo stesso modo, nella ripresa sono entrati i giovanissimi Sylla (centravanti classe 1999), Adama Traoré (centrocampista classe 1995) e Jordi Mboula, potenziale crack del calcio europeo, acquistato dal Barcellona per 3 milioni di euro nonostante la giovanissima età (classe 1999). Poco importa se il confronto con il Cholismo è stato perduto: con queste prospettive, il percorso è ancora lungo e affascinante. Ugualmente, il Club Brugge ha dato tutto in un confronto assai complicato contro i ragazzi terribili del BVB, altro club che ha gettato il guanto di sfida alla carta d’identità (basti pensare che, sull’esterno sinistro, giocava il 18enne Sancho, senza contare le presenze di Pulisic in trequarti e Diallo al centro della difesa). La formazione belga ha sorpreso per concretezza e idee di gioco, capitolando solamente a causa di uno sfortunato rimpallo nel finale di gara, dopo aver sfiorato più volte il gol del vantaggio. Il tecnico croato Leko ha saputo costruire un’identità battagliera e competitiva, nonostante una rosa d’ampio azzardo. Il talento comunque non manca. Wesley, centravanti brasiliano di 21 anni, che abbiamo imparato a conoscere nei suoi trascorsi con la maglia dell’AS Trencin, è destinato a una carriera d’alto livello: fosse in grado di abbinare concretezza sotto porta alla prorompente fisicità, il suo valore di mercato s’alzerebbe in modo esponenziale. Arnaut Groeneveld, esterno d’attacco nigeriano, classe 1997, ha avuto un impatto pazzesco nella Jupiler Pro League, dopo essere stato acquistato dal NEC Nijmegen. Infine, sentiremo parlare di Thibault Vlientinck, altro prodotto del sistema di formazione giovanile belga: alla soglia dei 21 anni, l’esterno destro è alla prima, vera stagione da protagonista con la maglia nerazzurra.
Infine, chiudiamo con gli ultimi due confronti della serata. Schalke 04 e Porto s’annullano nella serata di Gelsenkirchen (1-1): respira il nostro connazionale Tedesco che, dopo la sfavillante scorsa stagione sulla panchina del club tedesco, non ha iniziato la nuova annata nei migliori dei modi (zero punti nelle prime tre giornate di Bundesliga). A dir la verità, anche in questo caso si è andati vicini al patatrac, soprattutto a causa della disastrosa prestazione del centrale difensivo Naldo, autore di ben due falli da rigore nella stessa serata (di cui uno fallito dall’ex interista Alex Telles). Dall’altra parte, il Galatasaray dell’intramontabile Terim si ritaglia un ruolo da protagonista nel girone più abbordabile della competizione, completato dalle due formazioni precedentemente citate. Il secco tre a zero sulla malcapitata Lokomotiv Mosca è un’autentica iniezione di fiducia verso un gruppo che aveva ricevuto qualche critica nel corso dell’estate, soprattutto a causa di un’apparente mediocre sessione di mercato. In realtà, l’undici proposto dal tecnico turco vede alcune interessanti individualità, perlomeno in grado di reggere il livello del girone in questione. Degni di nota, in particolar modo, si rivelano essere due nuovi acquisti: il 21enne nigeriano Onyekuru, autentico crack della corsia di sinistra con la propria velocità, arrivato in prestito dall’Everton (che ha rifiutato una cospicua proposta d’acquisto dallo stesso club turco, segno di come questo ragazzo sia destinato a un prossimo futuro in Premier League) e il trequartista Akbaba, particolarmente apprezzato nei suoi inserimenti in area di rigore. Pur essendo nato in Francia, deve la propria formazione calcistica al movimento turco e, dopo anni di militanza presso Alanyaspor, ha subito un’autentica crescita esponenziale nel corso dell’ultima stagione. Classe 1992, ha già realizzato due reti in Super Lig con il nuovo club e, soprattutto, due reti con la maglia della Turchia nelle recente vittoria in Nations League sul campo della Svezia, entrambe nel finale di gara.

martedì 18 settembre 2018

Ronaldo si è sbloccato

Lo so, è martedì ed è finalmente tempo di Champions League, ma non ho avuto tempo di parlare dei primi due gol di CR7 in serie A e dunque meglio tardi che mai.
Finalmente Ronaldo ha segnato. Con buona pace di giornalisti e telecronisti già pronti a snocciolare numeri e stendere articoli sul fuoriclasse portoghese. Il 2 a 1 dell'Allianz mette in luce pregi e difetti dei bianconeri, come anche degli avversari. Un Sassuolo che sembra già aver compreso la volontà del suo tecnico De Zerbi. Costruzione basa esasperata, anche a costo di perdere palloni sanguinosi (si veda Marlon con Matuidi), ricerca continua dei triangoli e del gioco sulle fasce. Boateng è un terminale offensivo che stuzzica non solo le fantasie fantacalcistiche, ma che è interessante nell'evoluzione del suo ruolo. Da trequartista capace di inserirsi a numero 9 boa in grado di far salire la squadra. Leggerini i due attaccanti esterni, così come il centrocampo, via via dominato fisicamente con lo scorrere del minutaggio. Il rimpianto di non aver inserito prima Babacar è forse l'unico errore di De Zerbi. Dare maggior peso offensivo avrebbe potuto creare maggiori grattacapi alla difesa bianconera. Capitolo Juventus. I cambi dalla panchina esprimono la profondità della rosa in mano ad Allegri. Nonostante ciò il gioco non è spumeggiante come vorrebbero gli esteti del calcio e molto probabilmente mai lo sarà. Il calcio è fatto di equilibri, di conoscenza tra gli interpreti e di testa. I padroni di casa sono artefici e carnefici del proprio destino, inutile girarci attorno. Pretendere poi dal tecnico livornese, di rinunciare al pragmatismo e alla concretezza di mettere fieno in cascina per il prosieguo del campionato, è pura follia. Dividere i giudizi ad Allegri non interessa, se l'obiettivo finale è vincere. Si può questionare il come, come non si può non condannare il gesto di Costa nei confronti di Di Francesco. Una sequenza di fotogrammi ignobile, che merita la punizione del giudice sportivo e del club.

domenica 16 settembre 2018

Tim Duncan: Il frastuono del silenzio

Quante volte ci è stato detto, durante la nostra vita, magari da parte dei genitori nell’ambito familiare, o dai professori in quello scolastico, o da allenatori e Senior in quello sportivo, che il silenzio vale più di mille parole?
Ecco, io sono dell’ idea che ci sono poche persone al mondo che riescono a coniugare le due cose perfettamente, considerabili dei geni, e diventare leggende.
In ambito musicale, basti pensare a Freddie Mercury; praticamente due persone diverse nello stesso corpo: nel privato un uomo timidissimo e silenzioso, sul palco una straordinaria creatura che teneva in pugno migliaia di fans con il suo carisma inarrivabile.
Se pensiamo alla pallacanestro, invece, non può non venire in mente Tim Duncan, tanto carismatico quanto silenzioso.
Non sono uno psicologo, ne niente di simile, ma mi piace pensare di provare anche lontanamente a capire cosa c’è nella testa di Tim.
Come fa una persona con un QI cestistico così elevato, a non aver bisogno di neanche una parola per scambiare discorsi che potrebbero tranquillamente durare una giornata intera?
A lui però basta lo sguardo, nient’ altro che gli occhi, per comunicare senza problemi. In più, sembra non trasmettere emozioni, come se avesse una sorta di impermeabilità a tutto ciò che succede attorno a lui, come se non ci fosse nient’altro al mondo che gli importi.
Beh, direi anche che se al primo sorriso che fai in carriera vieni espulso, te credo che non hai tutta sta voglia di sorridere!
Il lavoro, in silenzio è sempre stato nelle sue corde; Tim infatti ricorda bene le parole che la madre usava per motivarlo :
“Good, better, best. Never let it rest. Until your good is better, and your better is best”.
E’ un motto che qualunque sportivo dovrebbe seguire il più possibile se vuole arrivare in alto.
E lui in alto ci arriva, eccome se ci arriva.
Non sono tante, le persone che riescono a cambiare in modo cosi tangente una lega sportiva di questo livello in silenzio.
Silenzio esteriore, ovviamente; non credo che dentro la testa la situazione sia la stessa, anche perché se gli osservate gli occhi, anche se all’ apparenza vi sembreranno spenti, vedrete una lucentezza unica, che solo i geni hanno in dote.
E nella testa c’è un frastuono, le parole utilizzate della madre per incitarlo (morta due giorni prima del suo 14° compleanno), il desiderio di quest’ultima che suo figlio un domani potesse avere un’ istruzione e laurearsi (cosa che lui fece per non mancare alla promessa fatta alla madre), i ricordi dell’ uragano che aveva distrutto la sua isola da ragazzino.
Lui ce l’ha fatta, e secondo me il come lo si capisce da una cosa; Tim non è una persona scaramantica, ma ha un rituale che secondo me è veramente stupendo, perchè in quel momento avviene una combinazione perfetta.
Prima di ogni partita, era solito “abbracciare” la palla forte contro il proprio petto.
Ecco, secondo me, in quel momento, quello che poteva succedeva attorno al 21 in maglia neroargento era un silenzio tombale,la testa si svuotava di pensieri e si creava un’ armonia tra il suo silenzio e il mondo circostante, tale da rendere Tim come se non ci fosse bisogno di altro per essere felice.
E a lui stava benissimo cosi perché in fondo, diciamocelo, siamo tutti più felici con una palla in mano.

mercoledì 12 settembre 2018

Delpo

50 degli ultimi 60.
50 degli ultimi 60 Slam sono andati a Federer, Nadal o Djokovic. Un numero mostruoso, impensabile, inimmaginabile. Ieri DelPo non ci è andato neanche vicino, a guardare il punteggio (secco 3-0). Invece ha avuto le sue occasioni. Un gioco perso nel primo set da 40-0, con quel servizio che si ritrova. Tre palle break nel secondo set, tutte nello stesso gioco. Pochi punti, un niente, quasi. Il problema è che nelle ultime 60 occasioni in cui si è giocato un torneo importante, per 50 volte “quasi” non è stato abbastanza. Quei pochi punti in più, quel break decisivo, quel recupero decisivo, lo hanno fatto sempre loro tre. Tre mostri. Tre fra i più grandi di sempre, anche se il concetto del “più grande di sempre” è terrificante, inutile e anche dannoso, per lo sport e soprattutto per i tifosi.
Ieri, triste, deluso, con le lacrime appena esaurite, DelPo si è presentato in conferenza stampa. Candido, come sempre. “Novak ha meritato”, la sostanza. Ha spiegato di come fosse costretto a giocare costantemente al limite, ma nonostante questo Nole era sempre lì, a ributtare la palla dall’altra parte, aggredendo al minimo cedimento. Delle poche cose che ha detto, però, una lo eleva come tennista, come uomo e nella mia classifica di sportivi amati: “Non mi sento triste per non aver potuto vincere più di uno Slam a causa loro, sono soltanto uno di quelli che ha avuto la fortuna di giocare nella loro stessa era”.
Fortuna. Non Sfortuna, come avrebbe potuto tranquillamente dire. Si ritiene fortunato, anche se in un’altra era probabilmente sarebbe stato il numero uno. Si ritiene fortunato, nonostante senza infortuni al polso probabilmente avrebbe più di un “solo” Slam, e sarebbe stato molto più costantemente al vertice della classifica ATP.
Palito ieri mi ha dato un insegnamento importante: giocare contro i migliori, competere contro i migliori, è una fortuna.
Anche se bisogna asciugarsi le lacrime una volta di più. Anche se bisogna asciugarsi le lacrime una volta di troppo.
Lui, come Wawrinka, sono due che hanno capito il loro posto nel mondo. Gli altri tre, semplicemente, sono di un altro pianeta e il massimo che si può fare, per poter dormire sereni, è uscire dal campo sapendo di aver dato tutto.
Stan se l’è anche tatuato addosso:
“Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better.“
Gracias, DelPo.